UNA NUOVA PROSPETTIVA SULLE MANDORLE. IL BIANCOMANGIARE

BiancomangiareA volte mi chiedo se l’appartenenza ad un luogo dipenda dal fatto di esserci nati o se forse non sia più importante la quantità di tempo che lì si è trascorsa. Per quanto mi riguarda la situazione è complessa…Il luogo di nascita sarebbe Milano ma, se faccio i dovuti conteggi del tempo che vi ho trascorso, non posso proprio dire di essere milanese. Il conteggio in ordine cronologico dalla nascita sarebbe: 3 anni a Milano, 24 circa a Ruvo di Puglia, 11 anni e 7 mesi a Senigallia, 1 anno e 2 mesi Milano. Se la matematica non è un’opinione, per il momento sono ancora pugliese.

Ed in effetti, per quanto un po’ nascosta, la pugliese che è in me ogni tanto emerge con una certa prepotenza. Per esempio nell’utilizzo frequente e talvolta smodato delle mandorle. Io le adoro. Le metterei ovunque. E questo si vede benissimo in questo blog in cui ci sono parecchie ricette con questo ingrediente.

Negli ultimi anni la coltivazione delle mandorle in Puglia si è molto ridotta. Ma in passato era davvero notevole. Se vi trovate a passare per un qualsiasi paese della Puglia, quantomeno nella provincia di Bari, vedrete che molte strade hanno i marciapiedi grandi quanto la strada stessa. Questo perchè venivano utilizzati per stendere dei grossi teli e metterci le mandorle appena raccolte ad asciugare. Anche quando ero ragazzina io, nel mese di settembre, qualche contadino stendeva ancora questi grossi teli marroni pieni di mandorle e bisognava stare attenti ad aggirare l’ostacolo e a non calpestarle. La gran parte dei dolci tipici pugliesi sono a base di mandorle. Cotte, crude, col cioccolato, nella meringa. Insomma le mandorle fanno parte della storia del luogo. E quindi anche della mia storia.

BiancomangiareCon cotanto passato, ho sempre creduto di essere una buona conoscitrice delle mandorle. Ma un bel giorno, qualche tempo fa, non ricordo di preciso in che circostanza, mi sono imbattuta nel biancomangiare. E lì ho capito che non si finisce mai di imparare. E pensare che è un dolce che esiste dalla notte dei tempi. Pellegrino Artusi lo ha inserito nel suo famoso ricettario “L’arte di mangiar bene” e quindi rappresenta un vero e proprio patrimonio della cucina italiana. Ma io non lo conoscevo. Per fortuna c’è sempre tempo per rimediare.

E finalmente, dopo aver più volte rimandato, sono riuscita a prepararlo. A partire dal latte di mandorle che ho preparato anch’esso con le mie mani. Ecco perchè rimandavo sempre. Perchè  volevo partire dal principio. Il risultato è un dolce veramente delicatissimo. Prima si viene avvolti dalla morbidezza e dalla cremosità della panna, ma poi, sul finale, la bocca rimane cosparsa da un piacevolissimo aroma di mandorle. Questa volta ho preferito prepararlo nella sua versione originale ma nulla esclude di arricchirlo con della frutta o con una salsina a base di frutta. L’importante è cercare ingredienti che non siano talmente forti da cancellare il sapore delicato delle mandorle. Eccovi quindi la ricetta.

Biancomangiare

IL BIANCOMANGIARE

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INGREDIENTI (per 6 persone):

Per circa 500 gr di latte di mandorle:

  • 200 g di mandorle spellate e sgusciate
  • 500 gr di acqua minerale

Per il biancomangiare:

  • 250 g di latte di mandorle
  • 200 g di panna
  • 20 g di zucchero
  • 8 g di gelatina
  • qualche goccia di aroma di mandorle
  • 30 g di mandorle spezzettate

COME SI FA:

  1. Preparate il latte di mandorle. Mattete a bagno le mandorle nell’acqua fredda e lasciate riposare in frigorifero per 12 ore.
  2. Scolate le mandorle e frullatele in un robot da cucina alla massima velocità per 5 minuti con metà dell’acqua messa da parte. Lasciate riposare il composto per 30 minuti.
  3. Aggiungete al composto l’acqua rimanente e frullate per altri 5 minuti. Lasciate ancora riposare per 30 minuti.
  4. Mescolate bene e versate il composto in un recipiente sul quale avrete posizionato un colino con dentro un telo pulitissimo (lavato senza detersivi) a maglie larghe. Prendete il telo e strizzatelo bene con le mani per far uscire tutto il liquido.
  5. Mettete a bagno la gelatina nell’acqua fredda.
  6. Pesate 250 g di latte e mettete da parte. Conservate la parte rimante in frigo (si mantiene per 2-3 giorni).
  7. Mettete il latte di mandorle in un terrina insieme alla panna. Portate il tutto ad ebollizione. Togliete dal fuoco, unite la gelatina e mescolate fino allo scioglimento. Aggiungete l’aroma di mandorle e lo zucchero e mescolate ancora.
  8. Quando il composto sarà tiepido versate negli stampi e fate raffreddare in frigorifero per almeno 4 ore.
  9. Al momento di servire cospargete con le mandorle spezzettate.
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LE COSE CHE CAMBIANO…TORTA AL COCCO E FRAGOLE

Torta-al-cocco-e-fragoleTempo fa in tv avevano trasmesso una fiction dal titolo “Le cose che restano”. Il titolo di questa fiction mi è ritornato in mente l’altro giorno, perché io in realtà pensavo alle cose che cambiano. Ma andiamo con ordine…Il super ponte del 1 maggio ho deciso che era giunto il momento di tornare un po’ a casa, a Senigallia. E così tutta contenta mi apprestavo a ritrovare un po’ di cose note, un po’ di consuetudini. E invece no…

E’ iniziata con il trauma del supermercato. Eh si. Perché se uno rimane in un posto per 10 anni e non cambia mai niente, poi non è che di punto in bianco torna dopo pochi mesi e nientepopodimeno si sono permessi di ristrutturare un supermercato! Per una come me, per la quale fare la spesa è un vero piacere, è stato un colpo al cuore. I banconi tutti belli fighi, l’angolo del biologico, e l’angolo della porchetta e chi più ne ha più ne metta e io che non posso più usufruirne. Ma come si sono permessi di ristrutturare senza di me! Ma questa era solo la premessa…

Stavo ancora digerendo la botta, ma un’altra brutta sorpresa era in serbo per me. Dovete sapere che a Senigallia esisteva (e badate bene che uso il passato) una realtà che difficilmente mi è capitato di vedere in giro: il ristorante vegetariano. Ma un vero ristorante vegetariano. Cioè non sto parlando di un semplice punto vendita/self service/locale con bancone di cibo vegetariano da mangiare su tavolini con sedili alti e scomodi. Perché questo è quello che mi è capitato di vedere in giro quando si parla di cucina vegetariana. Sto parlando di un vero e proprio ristorante. Con servizio al tavolo, con un menù ricercato, con una piccola ma pulitissima cucina a vista e con un chef eclettica dai capelli viola che spadellava come se non ci fosse un domani, avvolta da fumi e vapori come nell’antro di un alchimista.

Torta-al-cocco-e-fragoleDato che ero alla ricerca delle mie piccole consuetudini e questo ristorante era una delle mie tappe fisse, ho prenotato per cena. Giunta lì ho trovato un qualcosa di diverso da ciò che ricordavo…Il ristorante non era più un ristorante ma un posto indefinito dove si servono solo aperitivi, la chef non c’era più e in cucina c’era una ragazza che si limitava ad assemblare stuzzichini precotti per i pochi avventori. Dinanzi alle nostre domande, il proprietario, con atteggiamento abbastanza indifferente, si limitava a rispondere a monosillabi o con frasi vaghe del tipo “vedremo in futuro”, “per ora andiamo avanti così”.

Ci sono rimasta malissimo. Non perché nella vita le cose non possano cambiare. E’ ovvio. Ciò che mi ha rattristata è stata l’indifferenza, la mancanza di energia, la mancanza di volontà per provare a sovvertire il destino avverso e tornare ai vecchi fasti. C’è una realtà che funziona, unica nel suo genere, portatrice di nuove idee e nuovi stimoli. Perché farla morire così? Così rimuginavo tra me e me sulle cose della vita…

Per fortuna però, se per qualcuno finisce un capitolo, per qualcun altro ne inizia uno nuovo. Lungomare. Nuovissimo locale. Arredato benissimo. Luminoso, accogliente. Cucina di mare. Ricette semplici ma fatte bene. Ma soprattutto gestione tutta di ragazzi. La responsabile: una giovane ragazza dai capelli rossi, allegra e sorridente. Che dire! per fortuna le cose non cambiano solo in negativo e son potuta tornare a casa tirando un sospiro di sollievo e con un mezzo sorriso sulle labbra.

A proposito di cose che cambiano…Se è vero che le fragole non cambiano e fortunatamente tornano a deliziarci ogni anno, quello che possiamo cambiare è il modo in cui utilizzarle. Quest’anno ho preparato questa tortina, provando ad abbinare cocco e fragole. Il risultato è stato una torta dai sapori semplici ma in grado di valorizzare questo fantastico frutto di stagione. Ottima anche per consolarsi dalle piccole delusioni di ogni giorno. Eccovi quindi la ricetta.

Torta-al-cocco-e-fragole

TORTA AL COCCO E FRAGOLE

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INGREDIENTI (per uno tortiera da 22 cm):

  • 200 g di farina 0
  • 180 g di zucchero
  • 80 g di farina di cocco
  • 1 bustina di lievito per dolci
  • 80 g di burro
  • 1,25 dl di latte
  • 1 uovo
  • 200 g di fragole

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COME SI FA:

  1. Setacciate la farina, il lievito, la farina di cocco e lo zucchero in una capiente ciotola e create una fontana. Tenete da parte 2 cucchiai di farina di cocco.
  2. In una scodella sbattete leggermente l’uovo con il latte e il burro fuso a parte e versate il composto al centro della fontana.
  3. Lavorate tutti gli ingredienti fino ad ottenere un composto omogeneo ed elastico.
  4. Lavate le fragole. Tagliatene una metà a cubetti e l’altra metà a fettine. Infarinate le fragole a cubetti e aggiungetele al composto. Mescolate finchè non saranno ben amalgamate.
  5. Imburrate una teglia a cerniera e versatevi dentro il composto. Livellatelo per bene con una spatola. Sistemate a raggiera le fragole a fette e cospargete la superficie del dolce con la farina di cocco tenuta da parte.
  6. Cuocete nel forno già caldo a 180 gradi per 1 ora. Tenete sempre d’occhio la torta perchè i tempi di cottura possono variare a seconda del forno. Accertatevi che la torta sia ben asciutta facendo la prova dello stecchino. Fate raffreddare e servite.

LA NEVE, LA FEBBRE E I LORO INSOSPETTABILI EFFETTI BENEFICI. TORTA SEMI-INTEGRALE CON SEMI DI PAPAVERO E CONFETTURA DI RIBES NERO

Inverno-Parco-di-MonzaUn paio di settimane fa è arrivata la neve. E anche la febbre. Quasi in contemporanea. Che dire? Lì per lì uno si arrabbia. Ma poi inizia a pensare che forse non è poi così male. E che la neve e la febbre hanno in comune una cosa. Ti costringono a rallentare. O addirittura a fermarti. Per il tempo necessario. E questo tempo di riposo e, se vogliamo, anche di purificazione, ti consente dopo di apprezzare tutta una serie di cose che, tuo malgrado, stavi iniziando a non vedere più.

Mi rendo conto che, da un anno a questa parte, non faccio altro che raccontarvi di quanto sono stressata e di quanto il mio corpo mi stia chiedendo il conto. Ma davvero negli ultimi tempi non sapevo più a che santo votarmi. Per essere positiva, mi sono fatta persuasa (per dirla con Montalbano) che gli ultimi malesseri, tra cui soprattutto la febbre, abbiano rappresentato il punto più basso, il momento catartico in cui butti tutto fuori e poi inizi a risalire.

Torta-semi-integrale-con-semi-di-papavero-e-confettura-di-ribes-neroInutile dire che, nei giorni in cui sono stata a casa, mi sono imposta di stare ferma anche quando mi sentivo meglio. Mi sono fatta grandi scorpacciate delle tre cose che servono per guarire: divano, copertina e quantità spropositate di tv. Perché se è vero che divano e copertina rimettono in sesto il fisico, è anche vero che la tv svuota il cervello e rimette in sesto pure la testa.

Per quanto riguarda il cibo ho puntato ovviamente su cosine tranquille, quelle tipiche di quando uno è malato, pastina con l’olio o riso in bianco. C’è da dire che a casa mia la disputa tra riso in bianco e pastina con l’olio non è mai priva di tafferugli. Del resto se gli inquilini della casa sono una pugliese e un lombardo è fatale che finisca così. A casa mia, quando ero piccola e stavo male, la mamma mi faceva rigorosamente la pastina con l’olio. A casa sua, quando era piccolo e stava male, la mamma gli faceva il “risino dei malati”.

Torta-semi-integrale-con-semi-di-papavero-e-confettura-di-ribes-neroLo scambio di battute è immancabilmente il seguente: “Non mi sento bene. Mi faccio una pastina con l’olio”. “La pastina? Ma non è un po’ pesante? Non è meglio il risino dei malati…” Alla fine, per ristabilire la pace familiare, abbiamo deciso che, per par condicio, una volta si fa la pastina e un’altra volta si fa il risino dei malati. E non se ne parli più.

Dopo qualche giorno di copertina e divano, di tv e testa vuota e di pastina e risino non ne potevo più. Evidentemente la mia purificazione aveva fatto il suo corso. Il tutto suggellato da una conversazione con mia mamma e dalla frase “Mamma voglio andare a lavorare, mi mancano i colleghi e ricordamelo quando ti dico che non ho voglia di alzarmi al mattino”.

Inverno-Parco-di-MonzaLa guarigione è stata definitivamente sancita da una bella passeggiata nel parco. La neve si era in parte sciolta ma è stato comunque suggestivo stare all’aria aperta, sentire l’aria frizzantina sulla faccia, riapprezzare il piacere di camminare senza meta, fermandosi a guardare il muschio o le foglie secche o i residui di neve.

Ed è stato ancora più bello tornare a casa e mangiare una bella fetta di una torta casalinga, aromatica e briosa. Aromatica grazie ai semi di papavero. Briosa grazie al sapore leggermente acidulo della confettura di ribes nero. Un bel modo per festeggiare il rientro in pista! Ed eccovi quindi la mia ricetta di oggi.

Torta-semi-integrale-con-semi-di-papavero-e-confettura-di-ribes-nero

TORTA SEMI-INTEGRALE CON SEMI DI PAPAVERO E CONFETTURA DI RIBES NERO

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INGREDIENTI (per una teglia da 20 cm):

  • 270 g di burro
  • 220 g di zucchero
  • 5 uova + 1 tuorlo
  • 110 g di panna
  • 110 g di semi di papavero
  • 1 bacca di vaniglia
  • la scorza grattugiata di 1 limone
  • 120 g di farina 0
  • 100 g di farina integrale
  • 2,5 cucchiaini di lievito chimico
  • 300 g di confettura di ribes nero
  • zucchero al vero

COME SI FA:

  1. Iniziate a montare burro e zucchero con la planetaria o con un frullino.
  2. Aggiungete le uova e il tuorlo e continuate a mescolare.
  3. Aggiungete quindi la panna, la scorza di limone, i semi di vaniglia, e i semi di papavero.
  4. Aggiungete infine le farine alle quali avrete mescolato il lievito chimico. Mescolate il tutto con una spatola. Non servirà la frusta perchè il composto sarà abbastanza solido.
  5. Imburrate e infarinate una teglia da 20 cm e versateci dentro l’impasto. Livellatelo per bene.
  6. Riscaldate il forno a 180 gradi e cuocete per 1 ora. Fate la prova dello stecchino per verificare la cottura della torta. Sfornate e fate raffreddare per bene su una gratella.
  7. Quando la torta sarà fredda, tagliatela a metà e farcitela con la confettura di ribes. Cospargete quindi la superficie con abbondante zucchero al vero.

I LIBRI CHE VANNO LETTI PIU’ VOLTE…TORTA DI MELE E NOCCIOLE

Torta-di-mele-e-nocciole

Non ce n’è. Ne sono certa. Alcuni libri vanno letti più volte. Per tanti motivi. Perché ti hanno aiutato in un momento difficile. Perché ti hanno insegnato qualcosa di importante. Perché ti hanno spronata ad inseguire le tue passioni. Perché ti hanno aiutata a guardare dentro te stessa e a ritrovare la strada giusta. Perché ti hanno fatta sorridere. O perché davvero ti hanno cambiato la vita.

E vanno letti e riletti solo in versione cartacea. Rigorosamente. Perché vanno maneggiati, custoditi in borsa, riletti fugacemente in treno, sottolineati con a matita ben appuntita, vanno vissuti e interiorizzati. E questo non si può fare con lo schermo dell’e-reader. Non è la stessa cosa.

Ecco perché ci sono libri che vanno portati con sé. Anche quando si cambia casa. E si sarebbe tentati di lasciarli in giro, regalarli a qualcuno, perderseli per strada. Nel mio ultimo trasloco sono stata categorica. Alcuni libri dovevano seguirmi. E non mi sono pentita. Perché davvero a volte ho bisogno di rileggerli. Nel momento di caos che sto vivendo, i miei libri sono sicuramente un modo per ritrovarmi e per provare a tranquillizzarmi.

Torta-di-mele-e-nocciole

Ed è un metodo che consiglio. Specie se si riesce a creare una bella atmosfera. Una bella candela, una luce soffusa, una poltrona comoda, una copertina confortante, una bevanda bella calda. E soprattutto una buona fetta di torta. Una di quelle semplici, da credenza, con quella consistenza un po’ compatta che la rende ottima per essere inzuppata. Una di quelle torte che si prepara con quello che c’è in casa. E così ho fatto. Avevo delle nocciole, avevo delle mele e ho improvvisato. Perché quest’anno ho deciso di essere più sciolta, di non fare progetti, di essere più leggera e spesso non ho tempo per fare grossi programmi. E allora ben venga l’improvvisazione.

Il risultato è stato questa bella tortina, compatta, poco dolce, perfetta per l’inzuppo sia al mattino che al pomeriggio. E anche molto facile da modificare a vostro piacimento. Infatti se desiderate una torta più dolce basterà aumentare lo zucchero, se la desiderate più umida basterà aumentare le uova e se la preferite con più frutta basterà aumentare le mele. Facile, no? Eccovi allora la ricetta.

Torta-di-mele-e-nocciole

TORTA DI MELE E NOCCIOLE

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INGREDIENTI (per una teglia da 22 cm):

  • 250 g di farina 0
  • 150 g di burro
  • 100 g di nocciole tritate finemente
  • 90 g di zucchero di canna
  • 3 uova
  • 1 bustina di lievito chimico
  • 1 mela

Per guarnire:

  • 30 g di zucchero di canna
  • 60 g di nocciole tritate grossolanamente

COME SI FA:

  1. Tritare finemente le nocciole necessarie per l’impasto. Poi tritate grossolanamente le nocciole necessarie per la guarnizione. Mettete da parte.
  2. Sciogliete il burro in un pentolino o nel microonde. Mettete da parte.
  3. Setacciate la farina con il lievito e unitela alle nocciole tritate. Mettete da parte
  4. Lavorate con una frusta 90 g di zucchero e le uova finchè non saranno abbastanza spumose. Basteranno pochi minuti. Aggiungete il burro al composto di uova e mescolate. Aggiungete infine gli ingredienti secchi e mescolate con una spatola. non servirà la frusta perchè il composto sarà abbastanza solido.
  5. Imburrate e infarinate una teglia da 22 cm e versateci dentro l’impasto. Livellatelo per bene.
  6. Tagliate a fettine sottili le mele e sistematele a raggiera sopra il composto.
  7. Cospargete quindi la torta con le nocciole tritate grossolanamente e 30 g di zucchero di canna.
  8. Riscaldate il forno a 180 gradi e cuocete per 45 minuti. Fate la prova dello stecchino per verificare la cottura della torta. Sfornate e servite.

SPORADICHE MA SIGNIFICATIVE APPARIZIONI. LA CALABRIA E LE MINI TARTELLETTE DI FROLLA AL CEDROLIO CON CONFETTURA DI LIQUIRIZIA E PEPITE DI MOSTACCIOLI

Mini-tartellette-alla-liquiriziaIl mio rapporto con la Calabria è fatto di sporadiche ma significative apparizioni.

La prima risale all’anno 2005. Prima di allora la Calabria per me non era altro che un nome. Pur essendo molto vicina alla Puglia non mi era mai capitato di andarci né di gustare le sue prelibatezze. Poi, nel 2005,  frequentando un corso post- laurea, mi sono imbattuta in una ragazza calabrese, Maria Teresa.  In quei giorni di frequenza assidua del corso avevamo legato parecchio e quindi un giorno l’ho invitata a casa dei miei. E lei mi ha donato una soppressata davvero pazzesca. Era fatta in casa ed era davvero uno spettacolo. E in quella occasione ho scoperto che, a differenza che in Puglia, in Calabria ci sono i maiali e che i calabresi producono dei salumi strepitosi.

Qualche anno dopo ho scoperto che esisteva anche la nduja. Ed è stato amore. Ad ogni mercatino in cui trovavo lo stand calabrese, me ne accaparravo un barattolo, al quale poi ho iniziato ad aggiungere anche i pesciolini sott’olio, una delizia da sciogliere in bocca.

Mini-tartellette-alla-liquirizia

Qualche hanno dopo ancora ho conosciuto quello che al momento è uno dei miei migliori amici. E lui è calabrese. E ogni volta mi decanta le bontà della Calabria…senza peraltro avermene mai procurate un po’…mannaccia a lui! 🙂

E infine ho incontrato la mia dolce metà…che non è calabrese ma è come se lo fosse. Perché adora il piccante e adora la nduja e ogni volta che vogliamo comprarla mi porta in giro a fare assaggi talmente certosini da sembrare quelli del miglior sommelier in circolazione.

Insomma la Calabria si propone costantemente e piacevolmente nella mia vita. E così è successo che un bel giorno mi è stato chiesto di collaborare con l’azienda Buongustai di Calabria. Potete capire quanto ne sia stata felice…

Perché Buongustai di Calabria nasce proprio dalla volontà di far conoscere e promuovere il meglio della tradizione culinaria di una regione ricca di sapori, odori, ricette da gustare e apprezzare e quindi diffondere. E anche dalla volontà di preservare la vocazione biologica della terra calabrese che è ricca e rigogliosa per natura. Molti dei prodotti, infatti, derivano da agricoltura biologica, sono senza coloranti né conservanti e sono realizzati ad arte secondo tradizione, coscienza e sapienza. Le aziende fornitrici di Buongustai di Calabria sono inoltre caratterizzate da un’elevata diversità e ognuna di loro è legata ad un luogo e ad un tempo ben precisi. Vivono grazie all’uso di risorse ambientali locali e ai particolari sistemi di relazioni sociali e scambi che fanno vivere una comunità.

Con la ricetta di oggi voglio farvi conoscere dei prodotti un po’ meno famosi rispetto a quelli un pochino più blasonati come la nduja o il caciocavallo e così via. Sto parlando del cedrolio, olio extra vergine aromatizzato al cedro, della confettura di mele e liquirizia, una vera novità in fatto di confetture e dei mostaccioli, tipici dolci calabresi da rosicchiare pian piano e far sciogliere in bocca.

Nella ricetta di oggi questi ingredienti si uniscono per creare un gusto particolarmente aromatico e dai tratti inconsueti. Addentate la frolla con il suo aroma di cedro, assaporate la confettura di mela e liquirizia e infine trattenete in bocca le pepite di mostacciolo sciogliendole pian piano. E adesso non vi resta che preparare queste tartellette e correre ad assaggiare tutti gli altri prodotti calabresi che potrete trovare sul sito www.buongustaidicalabria.it.

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MINI TARTELLETTE DI FROLLA AL CEDROLIO CON CONFETTURA DI LIQUIRIZIA E PEPITE DI MOSTACCIOLI

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INGREDIENTI (per 20 tartellette):

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COME SI FA:

  1. Preparate la frolla al cedrolio. Setacciate in una ciotola la farina con lo zucchero al velo, il lievito e il sale. Aggiungete il tuorlo d’uovo e il cedrolio e lavorate con le mani fino ad ottenere un composto omogeneo. Formate una palla, avvolgetela nella pellicola e fatela riposare in frigo per almeno mezz’ora.
  2. Nel frattempo riducete il mostacciolo in briciole grossolane e mettete da parte.
  3. Riprendete la frolla e lavoratela nuovamente con le mani fino a scaldarla per bene. Se il composto risulterà un po’ “sbricioloso” non preoccupatevi. Prelavate delle palline di frolla. Schiacciatele col matterello fino a raggiungere lo spessore di circa 0,5 millimetri. Imburrate gli stampini, con il bordo dello stampino stesso ritagliate la frolla e sistematela negli stampini.
  4. Fate scaldare il forno a 180 gradi. Riempite le tartellette con la confettura di liquirizia e infornate per circa 15 minuti o comunque fino a doratura. Quando si saranno raffreddate, cospargetele con le briciole di mostacciolo.

IL PROPOSITO DI NON FARE PROPOSITI E IL PANE AI DATTERI

Pane-ai-datteriIl 2018 mi piace iniziarlo con una colazione. Perché la colazione sancisce l’inizio ufficiale della giornata e non c’è niente di meglio che iniziare l’anno con una buona colazione. Mi piace pensare che sia di buon auspicio. Anche l’anno scorso il primo post dell’anno è stato una colazione (brioche con gocce di cioccolato).

Solo che quest’anno c’è qualche anomalia…Tanto per incominciare la ricetta. Che in realtà è una ricetta natalizia. Perché è un pane ai datteri e i datteri si mangiano per lo più a Natale. E poi perché Angela Frenda l’ha messa nel suo libro di Natale. Ma io avevo davvero tanta voglia di provarla (sia pure rivisitata a mio modo) e non potevo certo aspettare il prossimo Natale! E anche i favolosi datteri iraniani che ho comprato non potevano aspettare le prossime festività.

Pane-ai-datteriE quindi va bene che siamo entrati nel 2018 e bisogna pensare al nuovo, a nuove ricette e a nuovi progetti e non certo alle ricette natalizie. Ma io stavolta ho un occhio rivolto indietro e di buoni propositi per il 2018 non ne ho fatto ancora neanche uno. Perché il 2017 è stato un anno bello e pieno di novità. Una nuova città, dei nuovi amici, una nuova vita. Ma è stato anche tanto faticoso e io sto ancora facendo fatica a scrollarmelo di dosso.

Alla fine è anche giusto che le ricette seguano il corso delle cose e stiano indietro anche loro, con un occhietto ancora rivolto al passato. E allora facciamo che me ne infischio e che per il primo post dell’anno vi posto proprio questo buonissimo pane ai datteri. E facciamo pure che di buoni propositi ne faccio solo uno. Il proposito di non fare propositi. Che magari è la volta buona che riesco a mettere in pratica qualcosa  e a vivere la vita un pochino più leggermente di come ho fatto finora. Perché darsi dei paletti è bene, ma darsene troppi rende la vita un po’ troppo complicata.

E allora di nuovo buon 2018 ed eccovi la ricetta di Angela Frenda nella versione da me leggermente modificata.

Pane-ai-datteri

PANE AI DATTERI

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INGREDIENTI:

  • 470 g di farina 0
  • 150 g di zucchero di canna
  • 200 g di datteri freschi
  • 90 g di noci
  • 350 ml di latte di mandorle
  • 140 g di burro
  • 1 bustina di lievito per dolci
  • 1 pizzico di cannella
  • 1 pizzico di sale

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COME SI FA:

  1. Preriscaldate il forno a 180 gradi. Tagliate i datteri a pezzetti. Se sentite che sono un po’ duri metteteli a bagno in acqua bollente per 10 minuti. Tritate grossolanamente le noci e sciogliete il burro sul fuoco o nel microonde.
  2. Nel frattempo preparate gli ingredienti secchi. Mescolate la farina 00 con lo zucchero di canna, il lievito, il sale e la cannella.
  3. Unite il burro e il latte di mandorle agli ingredienti secchi e mescolate bene.
  4. Aggiungete infine i datteri e le noci e continuate a mescolare. Se il composto risulterà troppo secco aggiungete altro latte di mandorle.
  5. Versate il composto in una teglia da plumcake foderata di carta da forno e cuocete per 1 ora o comunque fino a quando, facendo la prova dello stuzzicadenti, quest’ultimo risulterà asciutto. sformate il pane e lasciatelo intiepidire su una gratella prima di tagliarlo a fette.

IL PIANO B E CIO’ CHE DI BUONO NE E’ USCITO. TRIFLE CON PANDORO ALL’ARANCIA, CREMA DI FORMAGGIO ALLA ZUCCA E CRUMBLE (O BISCOTTINI) DI MANDORLE

Trifle-al-pandoroNella vita è  fondamentale avere un Piano B. Anche se un po’ imperfetto va bene lo stesso. L’importante è uscire in qualche modo dal “cul de sac” in cui siamo finiti. O ci siamo infilati. Perché io stavolta mi ci sono proprio infilata.

La ricetta di oggi doveva essere un bel pandoro. E stop. Avevo deciso il perchè: perché prima o poi dovevo cimentarmi con un dolce tradizionale natalizio. Avevo deciso il come: la ricetta che ritenevo più valida. Avevo deciso il quando: due giorni ad incastro tra le mille cose da fare. Quello che forse avevo sottovalutato è il tempo a disposizione e lo stato d’animo.

Diciamo che mi sono approcciata a questa impresa con una certa stanchezza e con una certa fretta che ovviamente non hanno giovato al suo successo. Il pandoro era buonissimo ma l’estetica non mi ha soddisfatta. Il tempo per rimontare a cavallo purtroppo non c’era e allora ho deciso di rinviare all’anno prossimo. Però non mi andava di uscire proprio sconfitta sconfitta.  Qualcosa di buono da questa esperienza doveva pur uscire.

Per prima cosa c’è di buono che ho imparato tutta una serie di piccole accortezze utili per la riuscita di un pandoro buono e anche bello. Accortezze che ovviamente utilizzerò quando mi ributterò nell’impresa e che avrò cura di riferirvi minuziosamente.

Trifle-al-pandoroPer seconda cosa ho pensato che potevo inventare una ricetta che avesse tra gli ingredienti anche il mio povero pandoro buono ma brutto. Poi mi è venuto in mente che, all’ultimo showcooking della Scuola della Cucina italiana al quale ho partecipato, lo chef aveva creato una carinissima cheesecake in bicchiere con crema di formaggio alla zucca che mi era piaciuta molto.

Alla fine è venuto fuori questo dolcetto. Un po’ confuso e un po’ anarchico. Sembra un tiramisù perché sotto ha uno strato di pandoro imbevuto di Cointreau. Sembra una cheesecake perchè la crema è una crema al formaggio con la zucca. Ricorda un po’ anche una panna cotta con le briciole croccanti sopra. Che poi non sono venute proprio come delle briciole, ma come dei biscottini nuvoletta. Ricorda anche anche un trifle in cui si intravedono nel fondo del bicchiere i pezzetti di pandoro.

Insomma, non sapevo bene neanche come chiamarlo. Poi in qualche modo ho partorito un nome. E ho concluso così. Con qualcosa in saccoccia. Imperfetto, confuso e anarchico. Ma buono. In fondo questo dolce mi piace perchè rispecchia un po’ anche il mio Natale di quest’anno. Ancora imperfetto, ancora confuso e ancora anarchico. Ma con tanta buona volontà e con discreti margini di miglioramento.

Se volete provarlo, utilizzate la mia ricetta soltanto in maniera indicativa. Scegliete voi se volete più miele, o lo zucchero al posto del miele, o il pandoro aromatizzato diversamente, o le nocciole al posto delle mandorle. Potete proporlo per le feste, ma anche come dolce del riciclo. In fondo è pur sempre un dolce anarchico. Ognuno può fare come vuole…Eccovi quindi la mia (solo indicativa)ricetta.

Dimenticavo: un affettuosissimo buon Natale a tutti voi!!! Ci rivediamo la settimana prottima con l’ultima ricetta del 2017.

Trifle-al-pandoro

TRIFLE CON PANDORO ALL’ARANCIA, CREMA DI FORMAGGIO ALLA ZUCCA E CRUMBLE (O BISCOTTINI) DI MANDORLE

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INGREDIENTI (per 6 persone):

  • qualche pezzetto di pandoro (tanto da ricoprire il fondo dei bicchieri)
  • 25 g di farina
  • 25 di zucchero al velo
  • 25 g di burro
  • 25 g di granella di mandorle tostate
  • 450 g di formaggio spalmabile (io ho usato la robiola)
  • 100 g di polpa di zucca
  • 70 g di miele di acacia
  • 4 g di colla di pesce
  • 25 ml di latte (o panna)
  • 4 cucchiaini di Cointreau (o di succo d’arancia zuccherato)
  • un pizzico di zenzero
  • un pizzico di cannella

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COME SI FA:

  1. Mettete a bagno in acqua fredda la colla di pesce.
  2. Sistemate i dischetti di pandoro alla base dei vostri bicchieri. Bagnateli con il liquore (o con il succo di arancia). Mettete in frigo.
  3. Mettete nel forno la zucca tagliata a pezzi e ben coperta da carta stagnola e cuocetela a 170 gradi per circa mezz’ora. Appena sarà cotta eliminate le parti eventualmente bruciacchiate (ma non dovrebbero essercene) e frullatela fino ad attenere una purea. Fate raffreddare per bene.
  4. Mettete in una ciotola o in una planetaria il formaggio spalmabile, la purea di zucca, il miele, lo zenzero e la cannella. Mescolate per bene.
  5. Scaldate il latte e, fuori dal fuoco, scioglietevi la colla di pesce ben strizzata. Unite velocemente il composto alla crema e mescolate nuovamente.
  6. Sistemate velocemente la crema nei bicchieri e mettete in frigorifero. Fate rapprendere per bene. Potete anche congelare i bicchierini e metterli in frigo il giorno prima di servirli per poi completarli con i biscottini all’ultimo momento.
  7. Preparate i biscottini di mandorle. In una ciotola mescolate la granella di mandorle, la farina e il burro fino ad ottenere un composto in briciole. Sistemate le briciole su una placca da forno rivestita di carta e fate raffreddare in frigo per almeno mezz’ora. Cuocete a 160 gradi per 12 minuti. Se le briciole saranno ben fredde otterrete delle briciole croccanti. Altrimenti il composto si appiattirà leggermente e otterrete dei biscottini che andranno comunque benissimo.  Fate raffreddare.
  8. All’ultimo momento aggiungete i biscottini su ogni bicchiere e servite.