LA CUCINA DEI RICORDI…GLI INVOLTINI DI MORTADELLA

Involtini-di-mortadellaMio papà era un ottimo cuoco. E’ andato via molto presto da casa e quindi ha dovuto  darsi da fare presto, anche in cucina. In realtà non è stata un’estrema fatica perché cucinare gli piaceva proprio. Quando ero piccola, ogni tanto, lui si metteva ai fornelli e preparava gli involtini di mortadella. Era un piatto che aveva imparato a fare da sua mamma…

Nonna Maria è nata nel 1898. Ha vissuto entrambe le guerre. Faceva la sarta e pare che abbia cucito anche le divise per i soldati. Erano tempi duri e le bocche da sfamare erano tante. A volte non si sapeva proprio cosa mettere in tavola.

Gli involtini di mortadella sono decisamente un piatto povero. La mortadella costava poco, riuscire ad avere qualche uovo e un pezzetto di formaggio da qualche amica o vicina di casa che aveva gli animali non era difficile e un po’ di pane secco e di passata di pomodoro per fortuna non mancavano mai.

Involtini-di-mortadellaEcco quindi che con pochi ingredienti, la nonna riusciva a sfamare i forti appetiti dei suoi figli. Infatti gli involtini di mortadella erano anche un piatto bello sostanzioso o comunque in grado di riempire gli stomaci più affamati. Come dire: la necessità aguzza l’ingegno.

Questi involtini non sono particolarmente sofisticati, forse non sono neanche molto fotogenici ma per me rappresentano un ricordo estremamente prezioso ed è per questo che ho deciso di prepararli e fotografarli per il blog. Non è stato facilissimo perché mio papà non c’è più e mamma ricordava le dosi soltanto a occhio. Ho dovuto provarci due volte. Ma alla fine ce l’ho fatta. Eccovi quindi la ricetta.

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INVOLTINI DI MORTADELLA

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INGREDIENTI (per 11 involtini):

  • 3 uova
  • 70 g circa di pangrattato
  • 70 g circa di parmigiano grattugiato (in realtà ci andrebbe il pecorino ma io volevo renderli un po’ meno strong)
  • 2 cucchiaini di capperi
  • 11 fette di mortadella (all’incirca 200 g)
  • 1 scalogno 
  • 200 g di passata di pomodoro
  • sale
  • pepe
  • prezzemolo
  • olio evo

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COME SI FA:

  1. Preparate il ripieno dei vostri involtini. In una terrina sbattete leggermente le uova per amalgamare tuorli e albumi. Aggiungete il pangrattato e il formaggio poco per volta in modo da poter valutare la consistenza dell’impasto che deve essere abbastanza morbido (non preoccupatevi perché durante la cottura si addensa senza problemi). Aggiungete il prezzemolo e i capperi. Salate e pepate. Mettete da parte.
  2. Prendete le fette di mortadella e farcitele col ripieno. Arrotolatele a forma di involtino e fermate ogni involtino con due stuzzicadenti. Mettete da parte.
  3. Fate rosolare lo scalogno in una padella rivestita di olio.  Quando sarà diventato trasparente, toglietelo dal fuoco per evitare che si rosoli troppo. Rabboccate l’olio nella padella e mettete a rosolare gli involtini. Rigirateli per quanto lo consentono gli stuzzicadenti. Quando si saranno ben colorati, aggiungete lo scalogno e la passata di pomodoro e fate cuocere per 30 minuti.

NON ESISTE PIU’ LA MEZZA STAGIONE. TARTELLETTE INTEGRALI ALLA BIRRA CON RICOTTA, SPECK E PISTACCHI

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A proposito di luoghi comuni e proverbi, non posso non cominciare il post ricordando con un sorriso il noto sketch del trio Marchesini-Solenghi-Lopez sui luoghi comuni. I meno giovani lo ricorderanno sicuramente. Veglia funebre. I partecipanti non sanno cosa dire. Pur di dire qualcosa iniziano a ricorrere a proverbi e luoghi comuni, all’inizio inerenti la morte (“Sono sempre i migliori quelli che se ne vanno”) per passare poi a cose che non c’entrano niente tipo “Tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino” ed ovviamente il mitico, fantastico, utilizzatissimo “NON ESISTE PIU’ LA MEZZA STAGIONE”.

In merito a tale luogo comune, quest’anno bisogna proprio ricredersi. Perché quest’anno, al di là di qualche giorno di pioggia, la mezza stagione esiste ed è davvero piacevole. A Senigallia si dice – tanto per rimanere in tema di luoghi comuni – che dopo la Fiera di Sant’Agostino (che si tiene verso il 25 di agosto), l’estate è finita. Ed in effetti devo dire che, dacché vivo qui, il luogo comune ha sempre corrisposto al vero. Alla fiera piove e subito dopo si chiude la stagione. Quest’anno no. Quest’anno settembre è davvero settembre. Di solito la mezza stagione mi infastidisce per vari motivi (vi ricordate quanto brontolavo in questo post?). Questa volta cambio atteggiamento e me la godo alla grande.

Questo cambio di prospettiva mi ha portata ad osservare un po’ meglio le cose e a notare alcune simpatiche “tipicità” della mezza stagione. Per esempio…La mattina, mentre sono in autobus, vedo ancora gli irriducibili del mare che passeggiano sul bagnasciuga o addirittura fanno il bagno. Poi mi giro di fianco e vedo una ragazza che già indossa un cento grammi. Ed ancora: di giorno sono in casa con pantaloncini e finestre aperte, mentre la sera chiudo tutto e dormo con la copertina. La luce del mattino, poi, sembra apparentemente quella estiva ma non è la stessa perché è più soffusa, più tenue e lascia percepire più intensamente la sensazione del passaggio graduale dalla notte al giorno. Fa caldo ma vedo che le foglie cadute dagli alberi già ingombrano i vialetti del parco dietro casa. I colori cambiano. La campagna si riaddormenta piano piano.

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Quando vado a fare la spesa è un po’ la stessa cosa. Sui banconi del fruttivendolo vedo sistemate le une accanto alle altre le pesche e l’uva, i meloni e le pere, le cipolle di Tropea e la zucca mantovana. Insomma…anche in materia di cibo c’è un po’ di confusione.

Anche la ricetta di oggi è un po’ un ibrido. La ricotta, i pistacchi e la scorza di limone fanno tanto “estate”. La ricotta perchè è un must dei pranzi estivi veloci. Coniugata in varie forme risolve la vita quando il caldo è talmente forte da farci escludere categoricamente qualsiasi preparazione calda. I pistacchi fanno tanto “gelato al pistacchio”, praticamente uno dei miei gusti preferiti…se la gioca con il mio gusto top che è il cioccolato fondente. La scorzetta di limone…che ve lo dico a fa’?! Più estate di così si muore! La birra e lo speck sono un pochetto ambivalenti. Da un lato mi ricordano la vacanza in Alto Adige. Dall’altro fanno tanto “calore”, “freddo”, “stufa”…insomma fanno tanto “autunno”. Purtroppo, come si vede dalle foto, il ripieno si è leggermente staccato dal guscio. Però sono belle ugualmente, vero? (..siate buoni…). E allora godiamoci queste tartellette improvvisate per festeggiare la mezza stagione ritrovata.

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TARTELLETTE INTEGRALI ALLA BIRRA CON RICOTTA, SPECK E PISTACCHI

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INGREDIENTI (per 5 tartellette):

  • 75 g di farina 0
  • 50 g di farina integrale di frumento
  • 50 g di burro
  • 35 ml di birra
  • 25 g di speck a cubetti piccoli
  • 10 cucchiai di ricotta
  • scorza di limone
  • 25 g di granella di pistacchi non salati
  • olio evo
  • sale

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COME SI FA

  1. Preparate la pasta brisé. Setacciate le due farine su una spianatoia. Formate una fontana. Mettete al centro il burro freddo tagliato a dadini. Aggiungete la birra e un pizzico di sale. Impastate velocemente fino ad ottenere una palla che avvolgerete nella pellicola e farete riposare in frigo per mezz’ora.
  2. Rosolate i dadini di speck in una padella con un filo d’olio. Mentre lo speck si raffredda, lavorate la ricotta con un pizzico di sale e pochissimo olio evo. Aggiungete la un pizzico di scorza di limone alla ricotta e mescolate. Aggiungete lo speck e una parte della granella di pistacchi tenendo da parte la quantità necessaria per decorare ricoprire la superficie delle tartellette.
  3. Prendete il panetto di pasta brisè, stendetelo in una sfoglia di circa mezzo centimetro. Imburrate 5 stampi per tartellette del diametro di 10 centimetri. Rovesciate lo stampo sulla sfoglia e tagliate un cerchio di un centimetro oltre il bordo dello stampo. Quindi rovesciate lo stampo e adattate la pasta al suo interno. Eliminate la pasta in eccesso. Ripetete l’operazione anche per gli altri stampi. Quindi bucherellate il fondo con una forchetta.
  4. Riempite le tartellette con il composto di ricotta e speck. Livellatelo per bene e ricoprite le tartellete con la granella di pistacchi che avete tenuto da parte.
  5. Infornate per 20 minuti in forno preriscaldato a 180 gradi.

 

 

MOLTE IDEE MA CONFUSE. POLPETTE DI ROVEJA CON TARTARE DI TONNO E MAIONESE VEGANA AI LAMPONI

polpette-rovejaA me piacciono molto le liste di progetti. O forse sarebbe più opportuno dire le liste di buoni propositi. Perché poi alcuni dei progetti non vedono proprio la luce. Una parte purtroppo me la perdo per strada. Però mi piace tanto fare le liste. E allora, nei periodi in cui tutto il mondo le fa, cioè fine agosto e fine dicembre, le faccio anch’io.

Peccato che quest’anno la mia testa sia un attimo incasinatella. L’elaborazione dei progetti arranca faticosamente. Tanto per capirci, se nella mia testa ci fossero varie rotelle, una per ogni settore di vita, adesso il mio criceto sarebbe lì a saltellare impazzito da una rotella all’altra. Non riesco proprio a fermarlo. Passiamo in scioltezza dal settore “attività sportive da fare in inverno” a quello “manutenzione straordinaria blog”. Poi caramboliamo insieme tra “ottimizzazione spazi della casa per avere la casa più in ordine e dedicare più tempo ad altro” a “pratiche di lavoro che scadono a settembre”. E mentre il povero criceto è impegnato a correre sulle rotelle, deve stare attento a non trovarsi spiaccicati in faccia gli uccelli del noto stormo “ricette che potrei preparare”.

polpette-rovja In questo marasma mentale effettivamente le idee sono molte e confuse. Anche la ricetta di oggi è frutto di idee un po’ confuse. E qui, onde capirci qualcosa, urge una descrizione stile “sceneggiatura veloce per filmetto tv”…

Scena prima. Un po’ di tempo fa. Città di Fermo. Manifestazione “Tipicità” (…per inciso…molto molto carina, da andarci o tornarci sicuramente). Chiara che sbircia la bancarella di un tizio di provenienza dimenticata (sicuramente marchigiano). Sacchettini di legumi. Cosa sono questi? Questa è roveja, un legume molto antico, recentemente ricoltivato nella zona tra Umbria e Marche. E’ presidio Slow Food. È molto buona in abbinamento col pesce. Chiaramella sussulta. Ok. Comprata la roveja.

Scena seconda. Aperitivo da Aniko, il chioschetto di Moreno Cedroni a Senigallia. Piatto must. Affettato di pesce (pesce spada o tonno) con salsina allo zenzero e salsina ai lamponi. Due bocciotti di salsina sul tavolo. Se ne può prendere a volontà. Salsina ai lamponi strepitosa. Sia sul pesce che sul pane.

Scena terza. Che preparo oggi? Roveja, tonno, salsina. Per la nota proprietà transitiva se la roveja sta bene col pesce e il pesce sta bene con il lampone, forse la roveja sta bene col lampone? Proviamo? Fatto.

Adesso il processo mentale sembra ordinato ma vi assicuro che per arrivare a questo il criceto è passato, alla rinfusa, tra bruschette, pesche, salsa allo yogurt e molto altro ancora. Ma alla fine ce l’ho fatta anche stavolta. Chissà se ce la farò anche a fare la lista dei progetti. Mah. Lo scopriremo solo vivendo…

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POLPETTE DI ROVEJA CON TARTARE DI TONNO E MAIONESE VEGANA AI LAMPONI

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INGREDIENTI (per 4 persone):

Per le polpette (circa 23):

  • 200 g di roveja secca
  • una carota
  • un ciuffo di prezzemolo
  • farina
  • alloro
  • aglio
  • olio

Per la tartare:

  • 400 g di tonno fresco già trattato per essere mangiato crudo (se avete del tonno fresco e non avete un abbattitore, sarà necessario  metterlo nel congelatore per almeno 96 ore)
  • olio evo
  • limone
  • sale
  • pepe
  • erba cipollina

Per la maionese ai lamponi:

 

  • 100 ml di olio di semi di girasole
  • 50 ml di latte di soia
  • 100 g di lamponi
  • 1 pizzico di sale
  • 1 cucchiaio di succo di limone

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COME SI FA:

 

  1. Preparate le polpette. Mettete la roveja in ammollo in acqua fredda per almeno 12 ore, avendo cura di cambiare l’acqua almeno una volta. Lessatela quindi in acqua fredda con la carota sbucciata, una foglia di alloro e uno spicchio di aglio vestito. Cuocete a fuoco lentissimo finché la roveja non risulterà cotta. Il tempo necessario dovrebbe essere un’ora ma io la faccio cuocere sempre per almeno due ore o comunque fino a quando non sarà ben morbida. Regolatevi in base al vostro gusto.
  2. Tenete da parte un paio di mestoli di acqua di cottura, eliminate la rimanente. Frullate con il mixer la roveja, la carota e il prezzemolo. Se necessario aggiungete un po’ di acqua di cottura per ottenere una crema sufficientemente morbida. Mettete la crema in una ciotola e fatela riposare in frigo per 15 minuti circa. Vi aiuterà a modellare meglio le polpette.
  3. Inumiditevi le mani e preparate le polpette. Passatele nella farina e sistematele in un piatto rivestito di carta da forno. Se non volete cucinare tutte le polpette in una volta, sistemate il piatto nel congelatore e, quando le polpette si saranno indurite, trasferitele in un sacchetto per alimenti e riponetele nuovamente nel congelatore.
  4. Sistemate le polpette in una teglia da forno, irrorare con olio evo e cuocete per circa 20 minuti a 180 gradi. 
  5. Preparate la tartare. di tonno. Preparate una citronette con olio, erba cipollina, sale, pepe e limone. Per le dosi regolatevi come ritenete opportuno in base al vostro gusto. Considerate che la maionese ha già un sapore abbastanza acidulo, per cui non eccedete con il limone.
  6. Tagliate il tonno a pezzetti e fatelo macerare almeno per mezz’ora nella citronette.
  7. Sistemate i pezzetti di tonno in un piatto, aiutandovi con un coppapasta. Mettete in frigo fino al momento di servire. 
  8. Preparate la maionese. Mettete tutti gli ingredienti nel frullatore a immersione. Frullate finché la maionese non si sarà addensata. Mettetela in frigo fino al momento di servire.
  9. Componete quindi  il vostro piatto e servite.


 

COME STANNO GLI ANIMALETTI? TARALLINI PUGLIESI CON PASTA MADRE NON RINFRESCATA

tarallini-pasta-madre-non-rinfrescataCome stanno gli animaletti?…Questa è la domanda che mi sento ripetere dal mio spacciatore di pasta madre ogni volta che c’incontriamo. Per la verità tra me e lui c’è stata una intermediaria cioè una mia cara amica. Di solito lei, se compra una cosa e sa che potrebbe piacermi,  la compra pure per me. Figuriamoci se non mi offriva un po’ di pasta madre.

Ma il vero spacciatore è lui, quello di cui sopra. Non posso rivelarvi la sua identità. Ma posso dirvi che, per quanto mi sembri un buon mangiatore, è una persona da cui non ci si aspetterebbe mai un interesse per la cucina in generale, meno che mai per la pasta madre. Eppure. Evidentemente le vie della pasta madre sono infinite. E ciò non solo da un punto di vista concettuale, ma anche logistico visto che, se non sbaglio, la mia pasta madre arriva da Milano.

La convivenza con “gli animaletti” non è stata sempre facile. Ci sono stati momenti tragici e dipartite inaspettate… qualche settimana fa (e se lo sapesse il mio spacciatore mi ripudierebbe dalla cerchia delle persone degne di una minima considerazione) la mia prima pasta madre – pasta madre 1 – mi ha lasciata ed è certamente colpa mia perché ultimamente l’ho parecchio trascurata. In verità la scena è stata anche un po’ ridicola. Era un sabato mattina. Già da un po’ vedevo che la mia pasta era agonizzante e aveva un sentore acido che non mi piaceva per niente. Allora ho provato a farle il bagnetto (procedura che serve per rimetterla in salute). Tragedia: è morta annegata sul fondo. Neanche il tempo di darle una degna sepoltura che già messaggiavo alla mia amica per chiederle se poteva darmene un po’ della sua. E quindi adesso ho adottato la sorellina – pasta madre 2 -, la vendetta.

In generale, però, devo dire che pasta madre 1 mi ha dato grandi soddisfazioni. Con lei ho preparato anche alcune delle ricette per il blog (come le pagnotte rustiche alle noci, il pane di Altamura e il pane al cacao e pere). E quindi ho deciso di riprovare l’esperienza con pasta madre 2. Del resto: quando una persona ha amato tanto un animale e l’animale muore, mica non prende più un altro animale? Ed allora eccomi qui.

Quest’oggi non vi propongo ricette per creare la pasta madre da zero. Ma vi suggerisco di farvela regalare e provare a giocarci un po’. Qualcuno subito obietterà: ma è difficile da gestire…bisogna rinfrescarla spesso…ecc. ecc. Al riguardo posso dirvi che io viaggio abbastanza e solitamente rinfresco la mia pasta madre una volta alla settimana, eccezionalmente anche ogni dieci giorni. E voi direte: infatti è morta!…vabbè ma ha avuto anche una vita lunga e piena di soddisfazioni! Ma soprattutto ha dato a me moltissime gioie! E allora perché privarsi!? Alla brutta fate come me e ve ne fate regalare dell’altra.

Comunque: il rinfresco settimanale non è per niente impegnativo. In fondo alla pagina vi spiego la procedura.

Per quanto riguarda invece la gestione dell’avanzo di pasta madre, oggi vi propongo proprio una soluzione per questo piccolo inconveniente. Perché con la ricetta di oggi potrete utilizzare l’avanzo senza nemmeno doverlo rinfrescare. Mi spiego meglio. Avete una bella quantità di pasta madre avanzata in frigo perché l’ultima volta l’avete rinfrescata ma poi avete cambiato programmi e non l’avete più utilizzata? Con questa ricetta potrete prendere una parte della pasta madre che avete in frigo e utilizzarla subito per ottenere uno snack tradizionale ma di sicuro successo. Il tutto in un tempo estremamente inferiore rispetto a quello necessario utilizzando la ricetta tradizionale. Anche questa ricetta è stata scovata chissà dove dalla mia amica e non smetterò mai di ringraziarla perché questi tarallini sono davvero adorabili! Ecco quindi la ricetta e mi raccomando: andate subito a giocare!

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TARALLINI PUGLIESI CON PASTA MADRE NON RINFRESCATA

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INGREDIENTI (per circa 200 g di tarallini):

  • 100 g di pasta madre non rinfrescata
  • 40 ml di vino bianco
  • 4 cucchiai di olio evo
  • 100 g di farina 0
  • 1 cucchiaino di sale
  • una manciata di semi di finocchio

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COME SI FA:

  1. Tirate fuori dal frigorifero la pasta madre. Pesatene 100 grammi e mettetela in una ciotola. Riponete la rimanente in frigorifero.
  2. Aggiungete il vino nella ciotola e iniziate a spezzettare la pasta madre con una spatola di silicone o con un cucchiaio di legno. Mescolate finché la pasta madre non si sarà sciolta completamente.
  3. Aggiungete l’olio evo e mescolate ancora.
  4. Aggiungete quindi la farina ed infine il sale. Iniziate a mescolare con la spatola di silicone. Quando l’impasto sarà troppo duro per lavorarlo con la spatola, rovesciatelo sulla spianatoia e impastate con le mani.
  5. Mettete i semi di finocchio nella ciotola. Rimettete l’impasto nella ciotola e fate in modo che i semi di finocchio si incorporino nella maniera più uniforme possibile.
  6. Quando i semi si saranno incorporati nell’impasto, potete riprendere a impastare sulla spianatoia. Prosegute fino ad ottenere un impasto elastico e omogeneo.
  7. Prendete un pezzo dell’impasto e con le mani fate un piccolo serpentello del diametro di circa un centimetro. Tagliatelo in pezzetti di circa 4 centrimetri. Date la forma del tarallo. Ovviamente le dimensioni possono essere variate in base alla grandezza di tarallo che si vuole ottenere. Agite un po’ ad intuito. L’importante è che i taralli abbiano più o meno tutti la stessa dimensione per evitare che alcuni si brucino e altri rimangano poco cotti. Proseguite quindi fino a terminare l’impasto.
  8. Sistemate i taralli sulla leccarda rivestita di carta da forno. Cuocete in forno già caldo a 180 gradi per mezz’ora o comunque fino a doratura.

PROCEDURA PER IL RINFRESCO DELLA PASTA MADRE

  1. Pesate la pasta madre che vi avranno regalato (es. 100 g)
  2. Mettetela in una ciotola. Aggiungete acqua in quantità pari alla metà del peso della pasta (es. 50 g)
  3. Mescolate finché la pasta non si sarà sciolta nell’acqua
  4. Aggiungete la farina in quantità pari a quella della pasta (es. 100 g)
  5. Impastate prima con un mestolo e poi con le mani fino ad ottenere un panetto
  6. Rimettetelo nella ciotola e lasciate lievitare per circa 4 ore o comunque fino a quando la pasta non avrà triplicato le sue dimensioni
  7. Prendete la pasta madre che vi serve per la ricetta che avete intenzione di preparare. Riponete la pasta rimanente in un barattolo di vetro coperto da pellicola alimentare e conservate in frigo.

MANGIA, PREGA, AMA. CROSTINI CON CREMA DI ASPARAGI, SALMONE E UOVA SODE.

crostini-asparagi-salmone-uova“Una volta, a metà ottobre, ho vissuto momenti che non mancherò mai di annoverare tra i più belli della mia vita…Avevo scoperto un mercato poco lontano da casa. Mi sono avvicinata ad un banco dove una donna e suo figlio vendevano un vasto assortimento di frutta e ortaggi…Ho scelto un fascio di asparagi lucidi e sottili…Sono tornata a casa e per pranzo ho preparato due uova alla coque. Le ho messe su un piatto insieme a sette asparagi (così teneri che non c’era bisogno di lessarli). Ho aggiunto, qualche oliva, quattro rotolini di formaggio di capra che avevo comprato il giorno prima dalla formaggeria, e due fette di salmone lucido e rosato…Ho aspettato a lungo prima di intaccare quel pranzo, perché era la prova di come dal niente si può fare un capolavoro. Infine, dopo averne assorbita con gli occhi tutta la bellezza, mi sono seduta al centro di una chiazza di sole sul mio bel pavimento di legno e ho mangiato tutto con le mani, leggendo su un giornale un articolo in italiano. La felicità penetrava ogni molecola del mio corpo.”

Elisabeth Gilbert – Mangia, prega, ama

Circa tre anni fa mi sono trovata ad affrontare uno dei periodi più pesanti di tutta la mia vita. A descriverlo oggi, con la lucidità della sopravvissuta, mi verrebbe da dire che ho dovuto affrontare un vero e proprio uragano.  Un uragano che, lì per lì, ha lasciato alle sue spalle soltanto un cumolo di macerie. E tra le macerie c’ero anch’io, a vagare confusa, per capire se qualcosa si era salvato, poteva essere recuperato o se, davvero, bisognava azzerare tutto e ricominciare daccapo.

In verità non sapevo più che direzione stesse prendendo la mia vita. Una cosa, però, mi è stata certa fin da subito. Nulla sarebbe più stato uguale a prima. Sapevo di dover ricominciare in maniera del tutto nuova e diversa, ma non sapevo proprio da dove.

In quei primi mesi di smarrimento, stavo molto da sola, leggevo e scrivevo molto. Qualsiasi stimolo esterno era troppo pesante. Ero come una convalescente che ha bisogno di un lungo periodo di riposo. In quel periodo mi sono trovata, non so neanche come, a rileggere il libro di Elisabeth Gilbert “Mangia, prega, ama”. In realtà avevo già visto il film e letto il libro, ma forse non ne avevo compresso appieno il senso. Ebbene: rileggerlo in quel momento della mia vita me lo ha fatto comprendere di più e mi ha molto aiutata. Alcuni si sono fermati ad una lettura superficiale e lo hanno criticato, ma secondo me è un libro che contiene molti spunti di riflessione.

Nella prima parte del libro la protagonista si concentra sui piccoli piaceri del cibo. La sua rinascita comincia da lì, dalle piccole cose, da quel momento in cui, leggendo i nomi dei piatti italiani, è riuscita di nuovo, per una attimo, a sorridere. Per me è andata più o meno nello stesso modo. Ho ricominciato dalle piccole cose e, forse per la prima volta nella mia vita, ne ho assaporato la bellezza. E piano piano ho cambiato tutto quello che doveva essere cambiato, o quasi. Ovvio: la vita è in continuo divenire e non si smette mai di migliorare, però qualcosa di grosso è stato fatto.

Ogni tanto  riprendo in mano il libro della Gilbert, ne rileggo le parti che a suo tempo avevo sottolineato, e mi ricordo – quando mi capita di dimenticarmene – che la strada giusta è quella che ho imparato a seguire tre anni fa…anche leggendo quel libro.

E allora ho pensato che sarebbe stato carino riprodurre, sia pure con alcune rivisitazioni, il piatto che la Gilbert ha assaporato a Roma, seduta su un pavimento di legno, dove piano piano, ha incominciato a ritrovarsi.

Ecco quindi la mia versione: croccanti fette di pane, avvolte da una morbida crema in cui si uniscono l’aspro della robiola di capra e il sapore selvatico degli asparagi, insaporite dal sentore vagamente dolce del salmone e vellutato delle uova. E allora grazie mille a Elisabeth Gilbert e…alla prossima ricetta.

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CROSTINI CON CREMA DI ASPARAGI, SALMONE E UOVA SODE

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INGREDIENTI (per 4 persone):

  • 10-12 asparagi
  • 2 cucchiai di olio evo
  • 160 g di robiola di capra
  • 1 pizzico di sale
  • 1 pizzico di pepe
  • 2 uova 
  • 8 fette di pane semiintegrale (o quello che avete in casa)
  • 8 fettine di salmone affumicato
  • pepe q.b.
  • olio evo q.b.
  • limone q.b.

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COME SI FA:

  1. Preparate la crema di asparagi. Lavate bene gli asparagi. Eliminate le parti più dure e tagliate a pezzettini. Mettete a scaldare  2 cucchiai di olio in una padella. Quando sarà caldo aggiungete gli asparagi e fate rosolare per circa 10 minuti. Spegnete e lasciate raffreddare. Mettete la robiola in una ciotola e iniziate ad amalgamarla con una forchetta. Aggiungete un pizzico di sale e un pizzico di pepe. Frullate gli asparagi e aggiungeteli alla robiola. Amalgamate bene.
  2. Mettete le 2 uova in una pentola che avrete riempito di acqua. Cuocete per 10 minuti a partire dal momento in cui l’acqua bolle. Mettete subito le uova nell’acqua fredda. Fate raffreddare.
  3. Nel frattempo tagliate il pane e tostate le fette nel forno per qualche minuto.
  4. Quindi sbucciate le uova e tagliatele ognuna in quattro parti. Pulite il coltello ogni volta che procedete al taglio e agite delicatamente per evitare che il tuorlo si stacchi dall’albume e per avere 4 spicchi perfetti. 
  5. Spalmate ogni fetta di pane con la crema di asparagi. Aggiungete su ognuna una fettina di salmone e appoggiate delicatamente uno spicchio di uovo su ogni fetta. Aggiugete, infine, su ogni fetta un pizzico di pepe, un filo d’olio evo e qualche goccia di limone.

LA LIBERTA’ DI ESSERE DIVERSI. TARTELLETTE DI GRANO SARACENO CON CONFETTURA DI MELE COTOGNE, CAVOLO NERO E TOMA DI CAPRA.

tartellette-melecotogneUltimamente mi capita spesso di passare le mie serate guardando film. Credo di essere diventata abbastanza cinefila. Qualche sera fa sono riuscita finalmente a vedere un film che mi aveva parecchio incuriosita già dal momento della sua uscita nelle sale, nel 2014. Titolo: “The imitation game”. Si tratta dell’adattamento della biografia di Alan Turing, un matematico che, nel 1939, decide di mettere il suo genio al servizio della Gran Bretagna con lo scopo di decifrare i codici segreti nazisti, resi incomprensibili dalla macchina Enigma.

Fin da subito il film fa comprendere che Alan Turing è una persona diversa dalle altre. E’ un genio. E’ vero. Tuttavia ha problemi a lavorare con gli altri scenziati assegnati al progetto, trascorre molto tempo in solitudine, a volte si rivolge ai colleghi in maniera arrogante tanto da creare delle vere e proprie risse. Ma la sua “diversità” più grave è quella di essere gay. Le sue preferenze sessuali lo porteranno, anni dopo e dopo essere riuscito a svelare i segreti di Enigma, ad essere condannato dalla giustizia inglese a scegliere tra il carcere o castrazione chimica. A seguito di tale disumano trattamento ormonale, Alan Turing morirà suicida nel 1954 all’età di 41 anni.

Un altro personaggio significativo nel film è quello di Joan Clarke, collaboratrice di Turing nel progetto di elaborazione di una macchina capace di decifrare Enigma. Ad un certo punto del film, Joan decide di lasciare il lavoro perchè, secondo i suoi genitori, non è decoroso che lei lavori né tantomento che lavori solo con uomini. Turing le propone quindi di sposarlo. Ma il fidanzamento durerà poco. Per proteggere Joan dai pericoli che il progetto comporta, Turing rompe il fidanzamento rivelandole di essere gay. Joan non rimane turbata. Anzi: rivela ad Alan di aver intuito da tempo le sue inclinazioni sessuali e che per lei non sono un problema in quanto la loro affinità è di natura intellettuale. Ciò, secondo Joan, avrebbe consentito ad entrambi di fare la propria vita pur facendosi compagnia. In particolare avrebbe consentito a Joan di continuare a lavorare, impedendole di finire sposata ad un uomo “tradizionale”, che concepisce la donna solo come dedita alla casa e ai figli.

tartellette-melecotogneEccoci dunque di fronte a due “diversi” per eccellenza. Il gay e la donna che vuole lavorare. Eccoci di fronte a due scelte dolorossissime fatte al solo scopo di poter mantenere il proprio modo di essere, la propria natura.

In quegli anni ovviamente la situazione era diversa. Oggi le cose sono cambiate…un po’ di più per la donna lavoratrice (anche se continua ad essere pagata meno degli uomini), un po’ meno per i gay. In questi giorni nel nostro paese si discute ancora dei diritti dei gay e delle unioni civili con toni tutt’altro che democratici. Evidentemente la “diversità” (e parlo di tutte le varie forme di diversità) – tutto quello che è fuori dal comune modo di essere della maggior parte delle persone – viene visto con sospetto e paura. Posso comprendere questo tipo di paura. Io stessa non ne sono immune. Credo sia un istinto naturale. Ciò che non posso proprio accettare è il tentativo di privare le persone della propria libertà, anche della libertà di essere diversi. Privare le persone della libertà di essere se stessi significa privarle della libertà di vivere la propria vita così come si è. E francamente non credo ci sia una tortura psicologica più grave. Soprattutto quando il riconoscimento di tale libertà non implica una compressione della libertà altrui. E’ vero. I tempi sono cambiati. Ma in un attimo si può ripiombare nell’abisso dell’ignoranza e nell’oscurantismo più totale. Per questo è opportuno non abbassare mai la guardia.

In linea con la chiacchierata appena fatta e nell’esercizio della mia libertà di esprimere me stessa e sperimentare nuove ricette, oggi vi propongo un abbinamento alternativo pensato da me.  Confettura di mele cotogne (gentilmente regalatami a Natale da un’amica…che ringrazio nuovamente), cavolo nero e toma di capra. La confettura di solito viene vista come dolce. Anche a casa mia, intendo quando vivevo con i miei, non è stata mai utilizzata in una preparazione salata. Oggi provo a proporla in abbinamento con il cavolo nero e la toma di capra, l’uno amaro, l’altra pungente. Il tutto in un guscio scrocchiarello di pasta brisè con farina di grano saraceno.

Che dire di più? Per fortuna nella mia cucina vige la libertà di sperimentare, la libertà di osare, talvolta la libertà di volare. O quantomeno provarci.

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TARTELLETTE DI GRANO SARACENO CON CONFETTURA DI MELE COTOGNE, CAVOLO NERO E TOMA DI CAPRA

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INGREDIENTI PER 5 TARTELLETTE

  • 75 g di farina di grano saraceno
  • 75 g di farina 0
  • 75 g di burro
  • 4 cucchiai di acqua fredda
  • 1 cavolo nero piccolo
  • 5 cucchiaini di confettura di mele cotogne
  • 100 g di toma di capra
  • mandorle a lamelle q.b.
  • olio evo
  • sale

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COME SI FA

  1. Preparate la pasta brisé. Setacciate le due farine su una spianatoia. Formate una fontana. Mettete al centro il burro freddo tagliato a dadini. Aggiungete l’acqua e un pizzico di sale. Impastate velocemente fino ad ottenere una palla che avvolgerete nella pellicola e farete riposare in frigo per mezz’ora.
  2. Lavate il cavolo nero. Tagliatelo a pezzetti. Ungete una padella con abbondante olio evo. Fate rosolare il cavolo. Salate. Aggiungete acqua fino a coprire e fare cuocere a fuoco medio per almeno mezz’ora o comunque fino a quando risulterà sufficiente morbido. Mettete da parte.
  3. Prendete il panetto di pasta brisè, stendetelo in una sfoglia di circa mezzo centimetro. Imburrate 5 stampi per tartellette del diametro di 10 centimetri. Rovesciate lo stampo sulla sfoglia e tagliate un cerchio di un centimetro oltre il bordo dello stampo. Quindi rovesciate lo stampo e adattate la pasta al suo interno. Eliminate la pasta in eccesso. Ripetete l’operazione anche per gli altri stampi. Quindi bucherellate il fondo con una forchetta.
  4. Riempite le tartellette iniziando dalla marmellata. Quindi aggiungete il cavolo nero. Completate con la toma tagliata a pezzettini piccoli e sottili. Cospargete la superficie con mandorle a lamelle.
  5. Infornate per mezz’ora in forno preriscaldato a 180 gradi.