UN OMAGGIO A UN FEDELE AMICO E UN SALUTO A NOVEMBRE.VELLUTATA DI PORRI E PATATE AL SALMONE AFFUMICATO

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Un amico più fedele di lui non credo di averlo mai avuto. Probabilmente non esiste. E’ stato al mio fianco in tutte le fasi della mia vita. Era con me quando passavo i miei pomeriggi a studiare i verbi greci. Era con me quando mi angosciavo per gli esami all’università. E’ con me quando mi rilasso con divano e copertina. E’ con me (a volte) anche quando cucino e fotografo. E’ con me quando mi sento in piena forma, ma anche quando sono ammalata e abbattuta. Il suo aspetto col tempo è cambiato ma il conforto che è capace di darmi non avrà mai fine. Mi accoglie al mio rientro con un caldo abbraccio e lasciarlo andare al mattino è davvero una tortura. E quando la giornata è davvero davvero complicata, il pensiero che comunque a sera potrò riabbracciarlo mi è di estremo conforto…

Il mio compagno? Ma nooooo. Un cane? Noooo. Un gatto? Ma che gatto!! Ma come non avete capito!!?? E’ lui…il pigiama. Che per il forte affetto che nutro nei sui confronti è diventato “il piggiama”, con due “g”, a volte detto anche “piggi”.

Coraggio..ammettetelo. Poter ciabattare in giro per casa in pigiama non ha prezzo. Ci si sente liberi, comodi, si può ondeggiare tra divano e letto in assoluta libertà. E lo so che non è proprio bello confessarlo, ma anche cucinare in pigiama è fantastico. Salvo poi doversi cambiare spesso perchè ci si è abbondantemente impataccati. Quando la volta scorsa vi raccontavo delle foto sul balcone in pigiama, non scherzavo mica!

vellutata-patate-porri-salmoneE allora, visto che io non sono Pablo Neruda e non sono capace di fare una vera e propria ode come quella che lui ha fatto al pomodoro, ho pensato di scrivere appunto qualche parolina sul mio blog e di preparare una bella vellutata, che è un piatto super adatto per una bella cenetta cuore a cuore col vostro pigiama. Un pigiama-food insomma. Perché, si sa, la vellutata è avvolgente e riscaldante…proprio come lui. Il rischio di impataccarsi è dietro l’angolo, ma in fondo che importa…un unico veloce gesto e il pigiama è già il lavatrice!

A questa classica vellutata di porri e patate ho aggiunto il salmone affumicato, che, oltre a starci molto bene, ci traghetta verso il mese di dicembre. Insomma un piatto adattissimo a salutare il freddo novembre e a farci iniziare a sentire l’odore di dicembre, l’odore del Natale, l’odore delle feste.

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VELLUTATA DI PORRI E PATATE AL SALMONE AFFUMICATO

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INGREDIENTI (per 4 persone):

  • 4 porri grandi
  • 4 patate grandi
  • 1,5 l di brodo vegetale
  • 150 g di salmone affumicato
  • 50 g di burro
  • 1,5 dl di olio evo
  • sale
  • pepe

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COME SI FA:

  1. Pulite i porri. Eliminate le foglie rovinate e la parte più dura. Tenene da parte un pezzo di circa 5 cm, tagliatelo a listarelle in senso verticale, lavatelo, asciugatelo e tenetelo da parte.  Tagliate a rondelle il resto dei porri. Lavateli per bene in acqua fredda.
  2. Pelate le patate e tagliatele a pezzetti.
  3. Sciogliete il burro in una cassaruola e rosolatevi i porri e le patate a fuoco basso per 5 minuti. Poi versatevi il brodo. Salate, pepate, coprite e fate sobbollire per 20 minuti.
  4. Quando le verdure saranno cotte, frullatele insieme al brodo e alla metà del salmone affumicato.
  5. Scaldate l’olio in una casseruola piccola. Quando sarà ben caldo, friggetevi le listarelle di porro fino a farle diventare dorate e croccanti. Scolatele su carta assorbente.
  6. Tagliate a pezzetti il salmone affumicato rimasto.
  7. Servite la vellutata con il salmone affumicato tagliato a pezzetti e un ciuffetto di porri fritti.
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UN ANNO DEL BLOG E IL MIO CAVALLO DI BATTAGLIA PER FESTEGGIARE. DOLCE DI CIOCCOLATO E PATATE

dolce-cioccolato-patateCorreva l’anno del Signore 2015. Era il giorno 15 del mese di novembre. Il sole non si è oscurato e nessuno ha iniziato a parlare il sanscrito. E’ successo solo che IoeChiaramella ha visto la luce. Oggi è il giorno 17 novembre 2016. E’ passato un anno…e due giorni, tanto per essere precisi. Molte cose sono cambiate. Altre un po’ meno…

Un anno fa facevo le foto sul balcone di casa. Con il sole e con la pioggia, con il vento e con il caldo, con la furia delle intemperie e senza la furia delle intemperie – vabbè sto esagerando un po’ perchè il mio balcone è coperto e non vivo in un paese da tempeste tropicali ma è per creare un po’ di suspance – uscivo velocemente per posizionare sul tavolo il mio misero allestimento, correvo avanti e dietro per diminuire i tempi ed evitare che mi volasse via la roba, scattavo un po’ così, in velocità, alla bene e meglio. Il tutto in pigiama o con la vestaglia di nonna. Che vergogna. Che spettacolo deprimente deve essere stato per i miei dirimpettai…Vedere una figura infagottata, in bilico su una sedia…magari avranno pure pensato che volessi buttarmi di sotto. Eh si…perché, nella mia ingenuità, pensavo che l’unico modo per avere una buona luce naturale fosse proprio stare fuori. E invece mi beccavo certi raggi di luce diretti che altro che sovraesposizione! Adesso le foto le faccio in casa, vicino ad una finestra, con calma, al riparo. Magari sono brutte uguali, non lo so, ma almeno non rischio di ammalarmi e non mi espongo al pubblico ludibrio…

Un anno fa avevo un solo tipo di piatto, un solo tipo di posata, un solo tipo di tovagliette, un solo runner…e così via. I miei piatti sembravano sempre tutti uguali e tutti dello stesso colore. Adesso le cose vanno un po’ meglio. Mi sto attrezzando. Ho comprato qualche piatto in più, qualche strofinaccio in più e così via. Quando sono in giro, sono sempre attenta a trovare qualche occasione…perché è ovvio: non è che posso indebitarmi nell’acquisto di piatti, posate e altri cocci…Però mi impegno perché, si sa, la zuppa campagnola nel piatto col bordino dorato…forse non è il caso…Anche l’occhio vuole la sua parte!

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Un anno fa facevo le foto col cellulare…tristezza estrema. Poi in estate mi hanno prestato una Bridge e lì ho iniziato a vedere la luce, le foto erano proprio più belle e lì ho capito che dovevo fare un salto di qualità. Ed eccomi a fine ottobre con la mia nuova reflex e il mio obiettivo 50 mm. Peraltro acquistate con una buona offerta (merito del mio compagno/cane da tartufo di offerte sottocosto)! Mamma mia! Io li trovo fantastici…e considerate che devo ancora imparare a usarli bene! Ma voi non ve ne siete accorti? Non vi siete accorti di niente?…per favore, se è così, vi prego…mentite, mentite spudoratamente. Perché, davvero, quel bellissimo effetto sfocato che avete visto sulla torta rustica della scorsa volta o sulla torta di oggi col cavolo che riuscivo a farlo col cellulare! Io sono felice. Siatelo anche voi per me e vi prometto che, quando comprerete un oggetto del quale io non colgo l’utilità o che, peggio ancora, non mi piace proprio, io mentirò spudoratamente per voi. Perché vi vedrò felici e vorrò che continuiate ad esserlo.

Un anno fa la postproduzione era un po’ lasciata al caso. Non salvavo tutte le foto, poi gli cambiavo posto, poi me le perdevo…un po’ così. Adesso ho una certa metodica. Salvataggi in più parti e una certa attenzione al tutto perché, se dopo aver scritto un post di 800 caratteri ti si cancella tutto, l’urlo disumano si sente fino a Palermo…altro che Urlo di Munch!

Insomma…provo a migliorare. Perché questa cosa del blog mi piace tanto…ma proprio tanto…Cucinare un piatto e poi vederlo fotografato sul blog mi fa sentire soddisfatta. Guardo e riguardo quella foto e mi piace pensare di aver fatto una cosa bella, che sto migliorando, che posso andare ancora avanti e scoprire tanto altro ancora. E poi anche scrivere. Qualcuno mi dice che scrivo troppo. Lo so. Forse sono anche a volte noiosa. Ma io non voglio solo dare una ricetta! Voglio parlare della vita, del mondo, del cibo, delle esperienze piacevoli che ci capitano. Poi viene anche la ricetta, che serve per sederci virtualmente a un tavolo a condividere i nostri racconti dinanzi a un piatto coldo…

Per festeggiare avevo pensato ad una torta decisamente più scenografica, ma sarebbe stato un esperimento e poteva anche venirmi ‘na ciofega, e allora ho pensato che forse era meglio andare sul sicuro per non rovinare la festa. Quindi ho deciso che era il momento di schierare il mio cavallo di battaglia. Perchè poi, vabbé che le cose sono sono cambiate, ma io sono pur sempre io e questa torta è proprio una cosa che ormai fa parte di me. Non lo avevo ancora mai postato perché mi piace sempre fare cose nuove. Ma stavolta ci stava proprio, per un motivo molto semplice. E cioé perché questo dolce è fantastico! E’ uno dei più buoni che conosca. A casa mia è ormai da anni un classico. E’ particolare per via delle patate (dinanzi alle quali ancora in molti strabuzzano gli occhi), ma rassicurante per via dell’effetto riscaldante e conosciuto del cioccolato. Direi che a buon diritto può diventare il dolce per tutte le occasioni, quello ti salva in tutte le situazioni. Anche perché è davvero di facile esecuzione. E allora che dire? Buon compleanno “IoeChiaramella”. Cento di questi giorni!

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DOLCE DI CIOCCOLATO E PATATE

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INGREDIENTI (per una teglia a cerniera da 24 cm):

  • 180 g di cioccolato fondente
  • 200 g di patate
  • 180 g di zucchero
  • 80 g di burro
  • 120 g di mandorle sbucciate
  • 4 uova
  • zucchero al velo

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COME SI FA:

  1. Lessate le patate, passatele allo schiacciapatate e mettetele da parte.
  2. Tritate le mandorle e mettete da parte la farina così ottenuta.
  3. Sbattete le uova con la frusta.
  4. Fate sciogliere il cioccolato a bagnomaria o nel microonde.
  5. In una ciotola lavorate a crema il burro con lo zucchero fino ad ottenere una consistenza a pomata. Aggiungete le patate, il cioccolato fuso, le uova e la farina di mandorle.
  6. Imburrate una teglia da 24 cm e versatevi il composto.
  7. Accendete il forno e impostate la temperatura di 175 gradi. Fate riscaldare per bene e infornate. Cuocete il dolce per 40 minuti e servitelo tiepido, cosparso con un po’ di  zucchero al velo.

CINQUE COSE CHE AMO DELL’AUTUNNO. TORTA RUSTICA DI AVENA CON ZUCCA, FUNGHI CARDONCELLI ED ERBETTE DI CAMPO

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Ultimamente vanno di moda le liste. Dieci modi per capire se è l’uomo giusto. Le cinque migliori ricette con le zucchine. Otto modi per sopravvivere alle angherie del capo. Che poi chissà perchè ‘ste liste piacciono tanto. Mah. Sarà forse perché fissano con un riferimento numerico un qualcosa rendendolo più reale? Perché creano dei punti di riferimento? Perché sintetizzano? Boh. Io ultimamente qualche lista l’ho fatta per tirare fuori qualcosa da me stessa, qualcosa che a prima botta proprio non riuscivo a vedere, e che invece c’era, bastava guardare con più attenzione. Vi ricordate quando ho fatto la lista degli eventi più belli della mia estate 2016? Era quì. Più o meno anche oggi l’intento è lo stesso. L’intento è trovare qualcosa di bello nell’autunno. Dai! Ci dev’essere qualcosa di bello nell’autunno!  Sicuramente c’è! E allora pronti. Carta e penna…o meglio mano e tastiera. Iniziamo…

1. I colori. Sembrerà una ovvietà ma non lo è. Perché i colori vanno cercati. Non è che ti guardi in giro e vedi colori. La maggior parte delle persone, a meno che non vivono in campagna, si guardano intorno e vedono grigiore e foglie secche per strada. Se uno vuole vedere i colori li deve cercare. Dalle mie parti, se in un bel giorno di ottobre prendi la macchina e inizi a salire verso le colline che davvero distano pochissimo dalla costa, il gioco è fatto. Tutta una distesa di linee vellutatamente ondeggianti ti si apre davanti agli occhi. I colori sono tutti lì. Vanno dal marrone al giallo, passando attraverso rosso, ocra, verde. E allora ti fermi, respiri, ascolti il silenzio e lì direi che ti arriva un vago senso di felicità. E’ un attimo solo. Ma c’è. Vale la pena di cercarlo.

2. Il crepuscolo prima del ritorno all’ora solare. A me il crepuscolo prima del ritorno all’ora solare tutto sommato piace. Non è troppo presto di pomeriggio, ma non è neanche troppo tardi. Cioè non è che il sole tramonta alle quattro ma non tramonta neanche alle nove. Tramonta proprio in quell’ora lì, tra le sei e le sette, in cui magari rientri a casa, ti cambi, incominci a rilassarti, inizi a percepire il tepore della casa. Nel frattempo il sole tramonta, accendi la luce, inizi a pensare alla cena, ma con calma, perché c’è ancora tempo, e magari riesci anche a ritagliarti un venti minuti per sfogliare il nuovo libro di cucina che ti sei comprata l’altra giorno e non vedi l’ora di sfogliare. Che goduria. Anche lì. E’ poco più che un attimo, ma bellissimo…

3. Divano, copertina e tisana. Cioè: il divano, copertina e tisana danno gusto anche in inverno. Ma d’autunno c’è di bello che ricominci a essere legittimata a goderne alla grande. L’estate è finita e tu non ti senti più un relitto umano perchè  ti piace divano, copertina e tisana invece che discoteca, vestitino supersexy e mojito. Il clima in questo aiuta alla grande. L’autostima riprende vigore…Coraggio! Dal tuo divano, puoi brandire la tua tisana, sventolare la tua coperta e tutto il mondo sarà tuo!

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4.La gita domenicale. La gita domenicale con annessa mangiata al ristorante trova la sua massima espressione in questi mesi, ottobre e novembre. Se beccate il giorno bello, l’aria è ancora tiepida e il sole regala un piacevolissimo tepore sul viso. Quindi potete fare una bella passeggiata anche vagamente (ma solo vagamente) culturale, magari in qualche caratteristico borghetto, date un’occhiata a qualche statua, leggete la scritta (ma dopo il primo rigo un po’ vi siete già rotti), vi fermate quà e là – senza fretta però -, vi fate un bell’aperitivo nel bar del paese, quello che è lì da sempre, con tutti i vecchiettini a bere il bianchello e a guardare la Gazzetta dello sport e poi, dulcis in fundo, potete dirigervi senza sensi di colpa in un bel ristorantino rustico, con le tovaglie a quadretti bianchi e rossi, l’oste che c’ha una panza grossa come un cocomero e le guance rosse da bevitore e scofanarvi di gnocchi, tortelli, risotto…insomma dipende da dove vi trovate. Potete farlo! Avete fatto “sport”, siete stati vagamente (ma solo vagamente) culturali! Avete curato corpo e mente! Adesso vi ci vuole un momento di piacere! Giusto? Senza contare che in questo punto 4 condensiamo anche i punti 1, 2 e 3. Guardate i colori, tornate a casa al crepuscolo e vi schiantate sul divano con la copertina. Forse invece della tisana userete il Brioschi ma siamo lì, la sostanza non cambia.

5. Zucca e funghi. Siamo pur sempre in un blog di cucina. Tutte le strade portano al cibo. Culinariamente parlando, l’autunno è uno dei periodi dell’anno che mi piace di più. Arrivano zucca e funghi! Io li adoro. Traggo molto piacere dal cucinare questi prodotti. Rispecchiano pienamente la loro stagione. Sono aromatici senza essere invadenti, riscaldanti senza essere pesanti, colorati ma non troppo evidenti. Insomma..che bontà!

Ce l’ho fatta! Cinque cose che mi piacciono! Adesso posso mangiarmi questa torta rustica decisamente autunnale. Oltre alla zucca e ai funghi, avrei potuto usare, ad esempio, il cavolo nero ma in verità avevo da consumare delle verdurine miste e ho usato quelle. Voi ovviamente potete usare verdure più autunnali come appunto il cavolo nero, la verza ecc. La brisè integrale di avena dà un tocco rustico che ben si sposa con gli ingredienti della farcia. Eccovi quindi la ricetta. Magari non mangiatela proprio la domenica sera, dopo la gita domenicale. Forse è meglio aspettare giorni migliori… 🙂

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TORTA RUSTICA DI AVENA CON ZUCCA, FUNGHI CARDONCELLI ED ERBETTE DI CAMPO

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INGREDIENTI:

Per la pasta brisé (per uno stampo rettangolare di 35 per 10 cm):

  • 75 g di farina di frumento integrale
  • 75 g di farina di avena (io ho frullato i fiocchi di avena)
  • 75 g di burro
  • 3 cucchiai di acqua fredda
  • qualche rametto di timo 1 pizzico di sale

Per il ripieno

  • 250 g di funghi cardoncelli (o funghi di altro tipo)
  • 200 g di zucca
  • 250 g di erbette di campo miste (potete sostituirle con della cicoria, del cavolo nero o altre verdure a foglia larga purché dal sapore amarognolo)
  • 5 cucchiai circa di formaggio caciocavallo grattugiato
  • 6 cucchiai di olio evo
  • 1 noci di burro
  • sale
  • una manciata scarsa di pinoli

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COME SI FA:

  1. Preparate la pasta brisé. Sistemate le farine a fontana sulla spianatoia (o nel mixer). Aggiungete il burro tagliato a cubetti e le foglioline di timo. Iniziate a lavorare l’impasto con i polpastrelli (o azionate il mixer a bassa velocità). Aggiungete quindi l’acqua ben fredda e impastate fino ad ottenere una palla. Appiattitela dandole una forma rettangolare e sistemate in frigo per almeno mezz’ora.
  2. Pulite la verdura di campo, lavatela per bene e lessatela in acqua salata per almeno 15 minuti e comunque fino a cottura. Fate scaldare 2 cucchiai di olio in una padella e, dopo aver strizzato la verdura con le mani, fatela insaporire per qualche minuto. Mettete da parte.
  3. Pulite i funghi, lavateli e tagliateli a pezzi. Fate scaldare 2 cucchiai di olio in una padella e cuocetevi i funghi per circa 10 minuti. Salate poco prima di teminare la cottura e mettete da parte.
  4. Pulite la zucca e tagliatela a pezzetti. Fate  scaldare 2 cucchiai di olio in una padella e cuocetevi la zucca per circa 15 minuti o comunque fino a cottura. Se incomincia ad attaccarsi alla padella aggiungete pochissima acqua. Salate poco prima di terminare la cottura e mettete da parte.
  5. Tagliate a pezzi più piccoli la verdura e i funghi. Grattugiate il caciocavallo ai fori larghi della vostra grattugia. Mettete da parte.
  6. Prendete il rettangolo di pasta brisé. Fatelo ritornare a temperatura ambiente per qualche minuto. Nel frattempo imburrate con una noce di burro la teglia che userete per la cottura e accendete il forno impostando la temperura a 180 gradi. Iniziate, quindi, a lavorare l’impasto con il matterello per ottenere un rettangolo di dimensioni adeguate per rivestire la teglia.
  7. Rivestite quindi la vostra teglia con l’impasto. State attenti a creare dei bordi abbastanza spessi per evitare che, una volta tolto lo stampo, la torta collassi sui lati.
  8. Iniziate l’assemblaggio della torta. Posizionate per primi i funghi. Cospargeteli con il caciocavallo. Passate quindi al secondo strato. Sistemate i pezzetti di zucca e cospargete col caciocavallo. Sistemate, infine, le verdure e concludete ancora con il caciocavallo. In questo caso riducete la dose di formaggio per evitare che la superficie si bruciacchi troppo.
  9. Cuocete a 180 gradi per circa mezz’ora. Quando saranno passati 15 minuti, tirate fuori la teglia e cospargete la superficie della torta con i pinoli. Rimettete in forno fino a cottura.
  10. Quando la torta è ancora calda, porzionatela già all’interno della teglia perché il caciocavallo tende ad indurirsi e tagliandola da fredda potreste avere difficoltà. Per impiattare, utilizzate una paletta bella ampia perchè la torta è estremamente friabile a causa dell’avena nella pasta brisé. Servitela quindi con molta delicatezza. Se non volete dover maneggiare con cura la vostra torta, potete provare a dimezzare l’avena e aumentare la farina di frumento integrale.

UNA VACANZA IN MONTAGNA E UN MINI CORSO DI PANIFICAZIONE. PANE DI SEGALE DELL’ALTO ADIGE

pane-segaleQuando, qualche mese fa, ho iniziato a pensare alle vacanze estive avevo in mente una sola cosa: riposare. Eppure io non sono proprio il tipo di persona da vacanza riposante. Non è che riposare non mi piaccia o non mi piaccia stare sempre solo in un luogo. Nella vita quotidiana sono la persona più stanziale e abitudinaria di questo mondo. Datemi una casa confortevole e le mie piccole certezze e sono la donna più felice del mondo. La verità è che, in generale e quindi anche nel mio approccio alla vacanza, ciò che più conta è senza dubbio l’arricchimento della mente. Ecco perché mi piace visitare luoghi dove la vita pulsa in continuazione. Va da sè che le grandi capitali del mondo sono tra le mie mete preferite.

E però l’arricchimento mentale, oltre ad essere “impegnativo” di per sé, comporta anche una certa tempra fisica. Girare per dodici ore da un capo all’atro della città non è cosa da poco. Soprattutto quando, per vari motivi, una persona si muove abbastanza spesso anche durante il resto dell’anno. E quindi stavolta ho deciso di ascoltare solo il mio corpo, che ormai da tempo mi lanciava inquietanti segnali di allarme.

E cosa c’è di meglio della montagna per ritemprare corpo e spirito?! Perchè poi, vabbè che mi devo riposare, ma non è che proprio voglio stare distesa in panciolle e basta. E la montagna è il giusto compromesso tra movimento e relax.

Eccomi quindi pronta per partire alla scoperta della Valle di Anterselva e delle sue bellezze. Come al solito, non vi farò un reportage. Sapete già che non sono brava in questo (ricordate?). Vi dico solo un paio di cosette su quanto è bello andare in montagna in estate (cioè è bello anche in inverno ma io ci sono andata in estate)…

Primo: se non avete mai provato, vi consiglio vivamente di fare delle escursioni a piedi usufruendo dei numerossisimi sentieri appositi. Ce ne sono di tutti livelli. Perciò, se anche non siete degli sportivi, non preoccupatevi. Informatevi su quali sono quelli più facili. Io, mentre salgo, brontolo e sbuffo da morire e ripeto a me stessa che non lo farò mai più. Ma poi la soddisfazione di aver raggiunto il traguardo, la bellezza del paesaggio e soprattutto un lauto pranzo in un rifugio (senza sensi di colpa perchè ho abbondantemente smaltito la ciccia durante la salita) mi fanno dimenticare tutta la fatica e mi regalano una soddisfazione che non ha prezzo.

Secondo: dopo le escursioni di cui al punto primo, usufruite della zona relax del vostro albergo. Considerate che in montagna i prezzi sono modici e anche gli alberghi tre stelle a volte possiedono una discreta zona relax. Un bel bagno in piscina, idromaggio e sauna (sempre se non siete stupidamente pudichi – come me – e non vi vergognate di farla in costume adamitico).

Terzo: scegliete un albergo dove la cucina è di buon livello. Forse questo avrei dovuto metterlo al punto primo…Comunque…In montagna la cucina degli alberghi è quasi migliore di quella dei ristoranti. Anche i grandi chef stellati hanno il proprio quartier generale presso noti alberghi (come ad esempio Norbert Niederkofler che ha il suo ristorante presso l’Hotel Rosa Alpina di San Cassiano). Il cibo del mio hotel era strepitoso e quindi anche le cene mi rimettevano al mondo.

Quarto (last but not least): comprate un libro di cucina tirolese e, se lo trovate, frequentate un corso di cucina tirolese. Io sono riuscita a frequentare al volo un mini corso di panificazione per imparate a fare il delizioso pane di segale tipico delle zone di montagna. Devo dire che la signora che ci ha insegnato non era particolarmente loquace (anche perchè faceva fatica a parlare in italiano) e le dosi ce le ha date a occhio (sapete bene quanto odio le dosi “a occhio”). Ma nel complesso è stata una bella esperienza. Quanto al libro io ho comprato “Dolomiti – La cucina della tradizione” di Mali Holler (mi sembrava il libro più vicino appunto alla tradizione) e lì c’è anche la ricetta del pane di segale.

E allora eccoci appunto alla ricetta. Per la verità io l’ho modificata perchè ne ho ridotto le dosi e ho utilizzato il lievito madre. Come sempre, nella ricetta, ho inserito anche la dose di lievito di birra necessaria qualora decidiate di non usare il lievito madre. Sul pane di segale non c’è da dire molto. Provare a rifarlo, per me, ha significato rievocare la spensieratezza della mia vacanza e portare anche in casa quella fantastica sensazione di calore che solo la montagna è in grado di dare. Perciò, se per il momento non potete fare una vacanza in montagna, provate a preparare questo pane.  Di sicuro vi riscalderà nell’attesa del vostro prossimo viaggio…

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PANE DI SEGALE DELL’ALTO ADIGE

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INGREDIENTI (per 4 pagnotte):

  • 120 g di lievito madre rinfrescato (o 25 g di lievito di birra)
  • 100 ml di acqua
  • 300 g di farina di segale
  • 100 g di farina 0 (200 g se usate il lievito di birra)
  • 10 g di sale
  • 400 ml di latte intero
  •  1 cucchiaino di dragoncello tritato
  • 1 cucchiaino di semi di anice tritati
  • 1 cuchino di semi di cumino tritati
  • 1 cucchiaino di semi di finocchio tritati

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COME SI FA:

  1. Mettete il lievito madre in una ciotola e scioglietelo nell’acqua, mescolando di tanto in tanto (lo stesso se adoperate il lievito di birra)
  2. Nel frattempo sistemate le farine nella planetaria (o in una ciotola se impastate a mano). Aggiungete il sale alle farine e mescolate. Versate, quindi, il lievito sciolto nell’acqua e iniziate ad impastare. A poco a poco aggiungete anche il latte ed, infine, il dragoncello, il cumino, l’anice e il finocchio. Impastate fino ad ottenere un composto molto morbido e umido. Non preoccupatevi se il composto vi sembrerà troppo umido. E’ normale: dipende dalla farina di segale che di per sè assorbe molto più liquido di una farina normale.
  3. Coprite la ciotola e mettete a lievitare nel forno spento per una notte intera o comuque per almeno 6 ore (2 ore se usate il lievito di birra). Se volete accellerare un pochino la lievitazione avvolgete la ciotola in una coperta.
  4. Infarinate per bene la spianatoia, dividete l’impasto in quattro parti e confezionate le vostre pagnotte. Utilizzate molta farina perché l’impasto è appiccicoso. Con la giusta dose di farina, riuscirete tranquillamente a dare forma al vostro pane.
  5. Rivestite la leccarda con la carta da forno e sistematevi sopra le pagnotte. Coprite con un canovaccio e lasciate lievitare nel forno spento ancora per 1 ora circa.
  6. Accendete il forno e impostate la temperatura a 180 gradi. Lasciate che si scaldi e infornate. Fate cuocere per circa mezz’ora. Terminata la cottura, fate raffreddare il pane su una gratella. Tagliatelo solo quando sarà freddo.