VOLEVO ANDARE IN PIEMONTE E INVECE…I CANESTRELLI LIGURI

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E’ proprio vero che in cucina non si smette mai di imparare. Me ne sono accorta per l’ennesima volta qualche giorno fa. Per anni, vi giuro, proprio per anni, sono stata convinta che i canestrelli fossero piemontesi. Che poi è anche vero. Solo che quelli che io pensavo fossero piemontesi, quelli a forma di fiore con tanto zucchero al velo, sono in realtà di provenienza ligure. I canestrelli piemontesi sono proprio un’altra cosa, altra forma, altro colore, altro. E io non li ho neanche mai assaggiati. Quelli che io amavo con tutta me stessa erano liguri…

Quando ero ragazzina, il supermercato sotto casa non era particolarmente fornito. Prodotti che non fossero strettamente regionali difficilmente riuscivano a varcare la sua soglia e a posizionarsi nei vecchi e consunti scaffali. Ricordo ancora la sensazione di festa quando vedevo tornare mamma a casa con della robiola o con un pezzo di gorgonzola o con qualsiasi altra cosa non fosse pugliese e basta. Purtroppo la stessa cosa accadeva anche per i canestrelli. Pur essendo dei biscotti confezionati non particolarmente difficili da reperire, non arrivavano quasi mai. Ogni tanto però – grazie forse a qualche folletto a conoscenza della mia passione – qualche pacchetto riusciva a sfuggire ai rigidi controlli e ad arrivare sugli scaffali, pronto per essere agguantato velocemente da mia mamma, la quale, nel fare la spesa, teneva sempre gli occhi ben aperti per scovare qualche novità. Il pacchetto con la lucida scritta “Matilde Vicenzi” giungeva a casa e io lo vedevo fare capolino dai sacchetti…Che poi non sono neanche sicura che la casa produttrice fosse proprio la Matilde Vicenzi. Fatto sta che nel mio ricordo (forse sbagliato ma chi se ne importa) il pacchetto era quello…

Dopo aver scartato con una certa eccitazione l’involucro, riuscivo quindi ad assaporare quei fantastici, burrosi, fragranti fiorellini di zucchero al velo…mamma mia che bontà! Erano merce rara. Bisognava centellinarli. Bisognava mangiarne solo uno ogni giorno. Sin da allora, nella mia ingenuità gastronomica, mi ero resa conto che i canestrelli non erano uguali agli altri biscotti di pasta frolla. Avevano una friabilità veramente particolare!

Poi, per molti anni, non ci ho più pensato nè ho mai provato a farli, anche perché non riuscivo a trovare da nessuna parte lo stampino a forma di fiore…e io li volevo proprio precisi precisi, mica un surrogato! Non avevo lo stampino giusto, niente canestrelli! Poi, questa estate, ho trovato lo stampino. Il troppo caldo mi ha ovviamente fatto desistere dal provarli subito. Ma quando, in occasione del Salone del Gusto mi sono messa in testa di preparare una ricetta piemontese, mi sono tornati in mente…salvo poi scoprire che non erano affatto piemontesi!

Ma ormai la ricetta mi era entrata in testa…dovevo farli a tutti i costi! I fiorellini continuavano a ronzarmi attorno con una insistenza degna dei più appassionati pensieri d’amore! E alla fine eccoli qui…non sembrano forse buonissimi!? 🙂 La particolare friabilità – adesso lo so – è data dall’utilizzo dei tuorli d’uovo già cotti. Ricordatevelo perché è fondamentale per la riuscita dei vostri canestrelli liguri. E allora eccovi la ricetta.

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I CANESTRELLI LIGURI

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INGREDIENTI (per circa 30 biscotti):

  • 100 g di farina 0
  • 100 g di fecola di patate
  • 50 g di zucchero al velo
  • 120 g di burro
  • 2 tuorli d’uovo lessati
  • 1 pizzico di sale
  • la scorza grattugiata di 1 limone
  • zucchero al velo per decorare

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COME SI FA:

  1. Lessate due uova per 10 minuti. Sistematele nell’acqua fredda e calcolate 10 minuti a partire dal momento in cui l’acqua inizia a bollire. Attenetevi ai tempi perché altrimenti il tuorlo potrebbe risultare ancora liquido o eccessivamente cotto e quindi di uno sgradevole colore verdastro.Sbucciate le uova e separate i tuorli dagli albumi. lasciate raffreddare i tuorli per qualche minuto in modo da poterli poi lavorare con le mani.
  2. Miscelate la farina e la fecola e sistematele a fontana sulla spiantoia. Aggiungete lo zucchero al velo, il burro a pezzetti, i tuorli sbriciolati e il limone grattugiato. Attenzione al burro: tenetelo in frigo fino al momento di utilizzarlo perchè, anche se per essere lavorato deve essere morbito, si ammorbidirà facilmente col calore delle vostre mani. Lavorate l’impasto fino ad ottenere ad ottenere una palla che terrete in frigo, avvolta nella pellicola, per almeno mezz’ora.
  3. Riprendete, quindi, l’impasto. Tagliatene un pezzo e mettete il resto di nuovo in frigo, per evitare che si ammorbidisca e diventi difficilmente lavorabile. Stendete l’impasto con un matterello fino ad avere una sfoglia dello spessore di 5 millimetri. Siate precisi perchè, se i biscotti sono troppo sottili, potrebbero bruciarsi in cottura. Fate anche in modo che tutti i biscotti abbiano lo stesso spessore.
  4. Quindi utilizzate lo stampo a forma di fiore per ottenere i vostri canestrelli e posizionateli sulla leccarda rivestita di carta da forno. Quando avrete terminato mettete la leccarda direttamente in frigo per circa 20 minuti. In questo modo, in fase di cottura, i biscotti non perderanno la loro forma. nel frattempo accendete il forno e impostate la temperatura di 170 gradi.
  5. Passati i 20 minuti, prendete la leccarda, mettetela nel forno e cuocete i biscotti per 20 minuti. Terminata la cottura, fate raffreddare i biscotti su una gratella. Quando saranno freddi cospargeteli con abbondante zucchero al velo. Conservateli in una scatola di latta rivestita di carta da forno o in un barattolo di vetro. Si mantengono all’incirca per una settimana.
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IL RISCHIATUTTO E LE PASSIONI CHE RENDONO BELLA LA VITA. POLPETTE AL MARSALA SU CREMA DI BROCCOLI

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“…credo che si tratti di essere capaci di decidere cosa, del mondo vecchio, vogliamo portare fino al mondo nuovo. Cosa vogliamo che si mantenga intatto pur nell’incertezza di un viaggio oscuro. I legami che non vogliamo spezzare, le radici che non vogliamo perdere, le parole che vorremmo ancora sempre pronunciare, e le idee che non vogliamo smettere di pensare. E’ un lavoro raffinato. Una cura. Nella grande corrente, mettere in salvo ciò che ci è caro…Perché ciò che si salverà non sarà mai quello che abbiamo tenuto al riparo dai tempi, ma ciò che abbiamo lasciato mutare, perché ridiventasse se stesso in un tempo nuovo.”

Alessandro Baricco – I barbari

Qualche sera fa guardavo in tv il Rischiatutto, o meglio, la selezione dei concorrenti per il Rischiatutto. Ebbene si. Proprio io. Me medesima. Quella che va in giro a dire che il futuro le interessa molto più del passato, quella che le piacciono le menti che sono avanti, quella che quanto le piace il progresso e bla bla bla. Proprio quella.

La faccenda è andata così: la scorsa primavera, quando hanno trasmesso le due puntate pilota, io – classe 1978 – ho scoperto che cos’era il Rischiatutto e, udite udite, mi è piaciuto tantissimo! Ma proprio tanto! Stavo lì inchiodata allo schermo per sentire le domande che venivano fatte dal cattivissimo signor No, ma soprattutto per sentire quali assurde materie avrebbero portato i concorrenti.

Da quel momento in poi, traumatizzata da me stessa e sentendomi posseduta manco fossimo sul set dell’Esorcista, ho iniziato a chiedermi  che cavolo potesse piacermi di un format così datato e così retrò. Cioè mi chiedevo: che cosa possimo prendere di buono dal Rischiatutto che ci sia utile o bello anche oggi, nel presente, e magari – perché no! – anche nel futuro? Cosa ci rimane ancora di quel modello lì? Perchè…diciamolo…affettuosamente parlando…il Rischiatutto è oggettivamente un vecchiume! Ma qualcosa doveva pur esserci se io, donna di questi tempi, mi fermo a guardarlo con tanto accanimento!

Per rispondere alle mie domande ho capito subito che dovevo provare a indagare sui concorrenti. E allora ho cercato di comprendere le loro vite. E lì, inizialmente, ho commesso subito un errore.  Perchè, chissà come mai, io ho immaginato queste persone come dei secchioni un po’ sfigatelli che si mettono a tavolino a studiare qualcosa perché fondamentalmente non hanno una vita da vivere, o dei professori che vogliono fare sfoggio di cultura, o gente che si mette  a studiare in quanto attratta dal montepremi in denaro.

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Poi l’altra sera ho avuto l’illuminazione. Il tutto grazie a una nuova striscia serale, in cui fanno vedere proprio quello che io avevo cercato di immaginare e cioè la vita quotidiana dei vari concorrenti.  In cui fanno vedere come si svolgono le loro giornate, i loro impegni, i loro problemi. Giornate di gente comune, piene di comune umanità. Eppure così piene di magia! Quelle persone erano troppo carine! Improvvisamente mi è tornato in mente il racconto di un mio collega, il quale tempo fa mi aveva confidato che, da ragazzo, la sua passione per il calcio era talmente forte da portarlo a conoscere l’anatomia del ginocchio quasi meglio del medico che doveva curare il suo calciatore preferito che si era infortunato al menisco. E lì mi si è accesa la lampadina…la chiave di tutto è lei, la passione! E’ ovvio!

Parlo quella passione che ognuno di noi ha per qualcosa, magari qualcosa di assurdo, che alla maggior parte delle persone non interessa, qualcosa per cui a volte veniamo anche presi in giro. Ma che ci piace così tanto…! Ma così tanto! Che ci regala talmente tante emozioni che vorremmo parlarne in tutti i momenti, studiarne tutte le forme, praticare in tutti gli scampoli di tempo libero…Non importa cosa sia…Suonare i tamburello, i ragni, la storia dell’antica Roma, il tango argentino, le piante carnivore, la fotografia, i Beatles, i libri gialli, la moda, l’arte, i film del neorealismo, Fellini, i Longobardi, suonare il flauto traverso, i cinesi, i viaggi, il giardinaggio. Quella passione che ci fa sorridere anche quando torniamo a casa la sera e ci sentiamo esausti perchè la giornata è stata un inferno, perchè vorremmo picchiare tutti e chiuderci in casa e non vedere nessuno. Anche allora lei è lì, sempre con noi, sempre pronta a regalarci un momento di gioia, lontano dai ruoli che la vita ci impone. La passione, quella bella, quella che muove il mondo, quella grazie alla quale qualcuno, magari, tra un gioco e l’altro, scopre qualcosa che porta avanti l’umanità, anche solo di un passettino, non necessariamente nelle cose importanti ma anche semplicemente in quella che è la ricerca umana del senso estetico.

Ecco cosa mi piace del Rischiatutto. Lei. La passione dei concorrenti! E se rileggo adesso la frase di Alessandro Baricco che ho riportato in apertura e da cui è nata nella mia testa questa micro-indagine, mi viene da dire che, in questo caso, non c’ è bisogno di un lavoro raffinato, non c’è bisogno di particolare cura. Semplicemente perché la passione umana non morirà mai, farà sempre parte di noi, non potremo mai disfarcene. Siamo fatti così. Così tanto semplici, così tanto umani…

E veniamo alla mia di passione…quella che mi fa cucinare, cucinare, cucinare…fotografare, fotografare, fotografare…Oggi ho preparato le polpette. Anche loro vengono dal passato. Mia nonna le faceva col sugo. Mamma ha innovato facendole in umido con un soffritto di sedano, carota e cipolla. Io quest’oggi le ho provate con il vino Marsala e la crema di broccoli. Per salutarci con un sorriso, direi che alla fine anche le polpette, sia pure fatte in modo diverso, non moriranno mai ma soprattutto non morirà mai la passione con cui noi le prepariamo e le gustiamo insieme ai nostri cari. Buon appettito!

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POLPETTE AL MARSALA SU CREMA DI BROCCOLI

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INGREDIENTI (per 4 persone o comunque per 15 polpette):

Per le polpette:

  • 1/2 tazza di latte
  • 1 piccola fetta di pane senza crosta del peso di circa 30 g
  • 320 g di macinato misto
  • 20 g di parmigiano grattugiato
  • 20 g di pangrattato 1 uovo
  • prezzemolo
  • sale
  • farina per infarinare
  • 40 g di burro
  • 1/2 di bicchiere di vino Marsala
  • 1/2 bicchiere di brodo vegetale

Per la crema di broccoli

  • 350 g di broccoli
  • 200 ml di brodo vegetale
  • olio evo
  • peperoncino
  • sale

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COME SI FA:

  1. Mettete il pane ad ammorbidirsi nel latte. Nel frattempo mettete il macinato in una ciotola e lavoratelo con la forchetta per ammorbidirlo. Quando il pane si sarà ammorbidito, strizzatelo con le mani e sbriciolatelo nella ciotola in cui avete sistemato la carne. Iniziate ad amalgamare il composto. Aggiungete quindi il formaggio grattugiato, il pangrattato e l’uovo. Amalgamate con le mani. Aggiungete infine il sale e il prezzemolo tritato.
  2. Iniziate a confezionare le polpette e adagiatele su un piatto ricoperto di carta da forno. Tenetele ben distanziate le une dalle altre. Quando avete finito, copritele con delle pellicola e mettetele in frigo. In questo modo sarà più facile infarinarle al momento della cottura in padella. Non infarinatele prima perché altrimenti assorbirebbero tutta la farina e diventerebbero gommose.
  3. Preparate quindi la crema di broccoli. Fate scaldare poco olio in un terrina. Aggiungete i broccoli e fateli rosolare qualche minuto. Aggiungete il brodo vegetale e fate cuocere per circa 20 minuti. Poco prima di terminare la cottura aggiungete il peperoncino. Fate raffreddare qualche minuto e poi frullate il tutto, aggiungendo acqua se necessario e regolando di sale. Decidete liberamente la densità della crema in base al vostro gusto. Io ho preferito tenerla più compatta anche per esigenze fotografiche ma, se la gradite più fluida, aggiungete semplicemente quanche cucchiaio di acqua in più.
  4. Cuocete ora le polpette. Fate rosolare il burro in un’ampia padella. Infarinate le polpette e fate rosolare anch’esse per bene girandole da tutti i lati. Aggiungete, quindi, il Marsala e fate sfumare. Aggiungete il brodo vegetale, coprite con un coperchio e proseguite la cottura a fuoco medio per circa altri 15 minuti.
  5. Adagiate uno strato di crema di broccoli nel piatto, condite con un filo d’olio e  poggiate le polpette sulla crema. Insaporite con un po’ di burro di cottura delle polpette e servite in tavola.

UN GIORNO AL SALONE DEL GUSTO E UN OMAGGIO AL PIEMONTE. IL BUNET (O BONET)

Bunet

Avviso ai naviganti. Questo non vuole essere un reportage. O quantomeno non vuole essere uno di quei resoconti dettagliatissimi in cui qualcuno eccelle ma che proprio io non sono capace di fare. Il motivo di base è che, quando li leggo io, purtroppo la maggior parte delle volte mi annoio da morire. Figuriamoci a scriverli. Motivo prettamente egoistico, dunque. Ma anche no, visto che il mio intento è anche privarvi di un sonnolento racconto e quindi è un intento generoso.

Forse però dovrei fare le dovute distinzioni. Mi spiego meglio: se sono ancora in tempo per partecipare all’evento di cui si parla, ben venga il reportage con tanto di consigli su dove andare e su cosa vale la pena di vedere. In questo modo ottimizzo i tempi e tacito l’ansia congenita che mi prende quando devo fare qualcosa che non ho mai fatto, anche se è una cosa piacevole. Diverso è il caso del reportage – per così dire – “postumo”, nel senso quando l’evento si è già concluso, come in questo caso. Il Salone del Gusto si è concluso lunedì 26 settembre. Ritengo abbia più senso al massimo esprimere una opinione soggettiva in generale sull’evento che non raccontarvi, pretendendo magari di essere oggettiva, di quanto era eccellente il formaggio prodotto da “Peppino ‘o zozzone” (ovviamente il nome me lo sono inventato…voglio scherzare un po’) con il latte di pecora invecchiata cinquant’anni, che mangia l’erba fresca del monte Pinco Pallo, e che voi potrete assaggiare (il formaggio, non la pecora) eventualmente solo tra due anni e sempre se Peppino ‘o zozzone deciderà di andare di nuovo al Salone del Gusto.

Premessa necessaria è che al Salone del Gusto ci ero già stata due anni fa e mi era piaciuto moltissimo. Non so, però, se in questo caso vale il detto per cui “le minestre riscaldate non vanno mai bene” e quindi l’emozione di oggi non può essere quella di due anni fa. Sta di fatto che quest’anno – purtroppo – alcune cose sono cambiate. Tenete sempre presente che quelle di seguito sono le mie opinioni in base alla mia persona e alle mie esigenze, quelle cioè di una visitatrice del Salone, con una forte passione per il settore del cibo, con tanta voglia di vedere tutto il possibile e poco tempo a disposizione.

Come vi dicevo, alcune cose sono cambiate. Mi limiterò ai due cambiamenti che mi hanno colpita di più. Per primo la location,  che per me non è stata affatto vantaggiosa. Io avevo un solo giorno a disposizione. Due anni fa, in un giorno solo, sono riuscita a visitare quasi tutti i padiglioni, ho fatto una visita tematica organizzata con gli studenti della facoltà di Scienze Gastronomiche e sono riuscita a rimpinzarmi tre volte nella sezione dello street food. Quest’anno, sì e no, sono riuscita a visitare gli stand degli espositori al Parco del Valentino e neanche li ho visti tutti perchè erano dislocati in maniera alquanto disordinata. Nelle altre parti della città proprio non sono riuscita ad arrivare, perché non avevo tempo a sufficienza. Senza contare che il Parco del Valentino chiudeva alle 19:30 (i padiglioni del Lingotto chiudevano alle 22:30). Conclusione: troppo dispersiva e con orari limitati. Andare in un giorno non si può. Ed è un peccato, perché al Lingotto questo si riusciva a fare.

Altro aspetto è quello della eliminazione del biglietto di ingresso. A prima botta uno dice: wow! che bello! Ma poi, a ben vedere non è proprio così. Penso che nelle cose che si fanno è necessario sempre avere di vista un obiettivo finale, per quanto sfocato. Se in questo caso l’obiettivo era passare da Fiera di settore a Sagra di paese, credo sia stato raggiunto. Ma davvero qualcuno crede che il visitatore occasionale attratto solo dalla degustazione gratuita e che non distingue un pecorino da un parmigiano (non per cattiveria ma solo perché il cibo non gli interessa più di tanto o non ha un palato allenato o per altri mille motivi), comprerà da ora in poi il formaggio del nostro “Peppino ‘o zozzone”, che peraltro viene venduto al modico prezzo di, faccio per dire, 50 euro al chilo? O  che quantomeno ne decanterà il meraglioso sapore? Mah…io dubito. E’ più probabile che commenterà “Mamma mia quanto costa sto formaggio! E quanto è caro! E non è neanche tanto buono!”. E qui si leveranno gli scudi dei difensori dell’uguaglianza tra popoli a dire che non è giusto, che sono cattiva, che tutto deve essere aperto a tutti ecc. ecc. Sarà pur vero, ma  del resto perché scaldarsi tanto? Esistono le sagre di paese e le fiere di settore. Perchè dobbiamo mettere tutto sullo stesso piano!? Rimango perplessa…

Se pensate che sia stata troppo dura e che mi sia trasformata improvvisamente in Crudelia Demon, considerate che su alcune cose anche qualcuno più titolato di me la pensa così  (leggete qui).

E dopo questo fiume di parole un tantino forti, veniamo al bello di questa manifestazione. Perchè comunque, sia ben chiaro, io amo questa manifestazione. Quindi il bello c’è sempre… Anni fa non si poteva minimamente pensare che un tale evento avrebbe mai visto la luce. Il cibo era relegato al rango di “argomento per conversazione da bar” (un pochetto in Italia è ancora così ma un tantino ci si è evoluti). Oggi esiste un posto dove il cibo ha dignità, se ne parla, lo si apprezza. E questo è bellissimo. Per tutti gli appassionati di cibo e cucina e per chi è in grado di riconoscerne il valore. Ho potuto assaggiare prodotti buonissimi (prima galleria di foto) e vedere personaggi assai curiosi (seconda galleria di foto). Ho soddisfatto la mia parte “gossip” vedendo personaggi conosciuti nel mondo del food come Peppe Zullo, Monica Bianchessi e Marcello Ferrarini e (due anni fa) persino Jamie Oliver (terza galleria). Ho visto in azione attrezzature assai interessanti e ricevuto in regalo qualche gadget di non poco conto (tipo corsi di cucina on line). Ho potuto vedere come altre foodblogger sono riuscite ad trovare un loro riscontro (ho intravisto Erika Cartabia de “La tana del coniglio” fare una dimostrazione allo stand della Sapori) e ho potuto sognare un pochino pure io. Potermi immergere per un giorno intero nella mia passione ha per me un valore enorme.

Perciò, in conclusione, che dire? Sull’organizzazione si può discutere, ma l’essenza della manifestazione continua a suscitare in me una forte emozione. E che cos’è il cibo, se non emozione, ricordo, vita vissuta? Perciò il mio obiettivo può dirsi realizzato. Per questo oggi, in omaggio a Torino e al Piemonte dove è nata e si svolge questa manifestazione, ho deciso di preparare un classico della cucina piemontese: il bunet (o bonet), che è un budino a base di cacao e amaretti. Io me ne sono innamorata anni fa e perciò lo trovo adattissimo per festeggiare la mia passione per il cibo e il Salone del Gusto che, in un certo senso, mi aiuta a coltivarla con ancora più energia. Mi raccomando: bunet  non è francese, ma piemontese e perciò si pronuncia così come è scritto. Perciò: evviva il Salone del Gusto e festeggiamo con una bella fetta di  bunet.

BUNET (O BONET) PIEMONTESE

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INGREDIENTI:

  • 200 g di amaretti
  • 200 g di zucchero (per la crema)
  • 30 g di cacao amaro
  • 5 uova
  • 1 tuorlo
  • 3/4 di litro di latte intero
  • 200 g di zucchero (per il caramello)
  • 1 cucchiaio di acqua

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COME SI FA:

  1. Frullate gli amaretti e aggiungete il cacao. Mescolate il tutto con una spatola.
  2. Amalgamate 200 grammi di zucchero con le uova e il tuorlo aiutandovi con una frusta elettrica o con una frusta a mano.
  3. Amalgamate gli ingredienti secchi con il composto di uova e zucchero, continuando a mescolare con la frusta.
  4. Mettete il latte in una terrina e riscaldatelo a fuoco basso. Quando sarà quasi vicino al bollore, aggiungetelo al composto e continuate a mescolare.
  5. Preparate il caramello. Mettete in una terrina i primi 100 grammi di zucchero e l’acqua. Mettete la terrina sul fuoco. Non mescolate lo zucchero finché non si sarà sciolto. Solo allora aggiungete gli altri 100 grammi. Quando sarà diventato di un bel corore brunito porete toglierlo dal fuoco. Trasferite il caramello in uno stampo da budino o da plumcake facendo in modo che aderisca a tutte le pareti. Versate quindi la crema nella stampo.
  6. Prendete una teglia da forno. Riempitela di acqua fino a due centimetri dal bordo. Mettete lo stampo da budino al suo interno. Versate il composto nello stampo. Considerate che gli ingredienti che ho indicato vanno benissimo se decidete di usare uno stampo da plumcake. Qualora, come me, vogliate usare uno stampo più piccolo, tenete a portata di mano un altro stampo o degli stampini monoporzione. Sistemate un foglio di stagnola sullo stampo praticandovi uno o due buchi al centro. Nel mio caso, avendo uno stampo “a ciambella”, li ho praticati sui due lati.
  7. Cuocete nel forno a 180 gradi per circa 45 minuti o comunque finché il bunet non si sarà indurito. Ve ne accorgerete semplicemente con la prova dello stuzzicadenti, il quale, una volta infilato nel dolce, dovrà uscire ben asciutto.
  8. Fate raffreddare qualche minuto e, appena potete maneggiare lo stampo, procedete a sformare il dolce. Questo perché, se il dolce si raffredda troppo, il caramello potrebbe rimanere attaccato allo stampo. Mettete quindi il bunet a riposare in frigo per almeno un’ora. In questo modo si assesterà nella sua forma e sarà esteticamente più bello.

UN ANGELO CUSTODE PER FARMI ARRIVARE IN TEMPO…RISOTTO ALLA BIRRA CON PERE ANGELICA, FORMAGGIO CAPRINO E GRANELLA DI PISTACCHI

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Di solito non arrivo mai in tempo. Non intendo in generale. Perché in generale sono la persona più puntuale di questo mondo (in questo post vi dicevo pure che non sopporto chi arriva in ritardo!) Intendo che non arrivo mai ad usare gli ingredienti quando è il loro momento, quando la stagionalità richiederebbe di usarli. Questo non significa che non mi alimenti seguendo la stagionalità. Vuol dire semplicemente che, quando le altre foodblogger serie sono tutte lì pronte a postare ricette con la zucca in autunno, ricette con le fave in estate e così via, io sono in affanno, affaccendata a fare altro, e poi mi sveglio e bum…è il momento di qualcos’altro.

Questa volta sono stata bravissima! Eccomi qui a postare una ricetta con la pera Angelica. Si tratta di una varietà di pera che cresce nelle Marche e in Emilia Romagna. Matura tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre. Quindi direi che sono perfettamente in tempo!

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Devo essere sincera…anche questa volta le circostanze hanno aiutato parecchio. Vi ricordate il “meltdown” di cui vi parlavo la volta scorsa? Per preparare quelle ricette sfortunate avevo comprato una serie di ingredienti tra cui il caprino e la birra. Ovviamente dovevo consumarli. E quindi ho guardato nel frigorifero e ho visto il caprino, poi ho visto la birra (che, essendo quasi astemia, non potevo consumare tracannandomela stile scaricatore di porto), poi ho visto le pere. Ed eccomi quindi a preparare un risotto. Che, peraltro, è una vita che volevo fare per equilibrare la sezione “primi piatti” del blog.

E allora mi sono chiesta: ma c’avrò mica un angelo custode che mi fa riuscire male alcune ricette perché poi ne possa fare altre che non solo sono più di suo gradimento ma mi fanno anche fare la cosa giusta per il blog? Che poi, in questo caso, la storiella non sarebbe del tutto inverosimile visto che mi ha fatto usare le pere “Angelica”…hi, hi, hi. Scusate ma mi viene po’ da ridere. Ad ogni modo il risotto era buonissimo. Si vede che il mio angelo custode è proprio di bocca buona! Alla prossima!

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RISOTTO ALLA BIRRA CON PERE ANGELICA, FORMAGGIO CAPRINO E GRANELLA DI PISTACCHI

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INGREDIENTI (per 4 persone):

  • 320 g di riso Carnaroli
  • 1 scalogno
  • 1 tazzina e 1/2 di birra
  • 2 pere Angelica (anche altri tipi di pere andranno benissimo)
  • 1 l circa di brodo vegetale
  • 50 g di formaggio caprino spalmabile
  • 40 g circa di granella di pistacchi non salati 
  •  50 g di burro
  • una spruzzata di limone
  • sale

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COME SI FA:

  1. Sbucciate le pere e tagliatele a pezzettini. Irroratele con una spruzzata di limone per evitare che si anneriscano. Vi suggerisco di fare questa operazione prima di iniziare a fare il risotto in quanto quest’ultimo andrà girato continuamente e quindi sarete impegnati a mescolare.
  2. Sbucciate lo scalogno, tagliatelo a pezzettini e mettetelo a rosolare in una pentola con 25 g di burro. Quando lo scalogno sarà diventato trasparente, aggiungete il riso e procedete alla tostatura. Girate continuamene con un cucchiaio di legno per evitare che il riso si attacchi al fondo. Quando il riso vi sembrerà quasi trasparente sui bordi, aggiungete la birra. Continuate a mescolare fino a quando la birra non si sarà assorbita. Iniziate quindi ad aggiungere il brodo, un mestolo alla volta. Prima di aggiungere altro brodo, aspettate che il riso abbia assorbito il brodo aggiunto precedentemente.Dopo il terzo  mestolo di brodo, aggiungete le pere. Continuate a mescolare, aggiungendo  altro brodo fino a cottura. Più o meno ci vorranno 10-15 minuti. Ovviamente assaggiate e rendetevi conto personalmente. Lasciate che il risotto rimanga ben solido per far sì che raggiunga la giusta cremosità quando aggiungerette il formaggio caprino. Procedete quindi a mantecare il riso. Spegnete il fuoco, aggiungete  il rimanente burro e lasciate riposare per cinque minuti coprendo la pentola con un coperchio.
  3. Quando saranno passati i cinque minuti, date un ultima mescolata e procedete ad impiattare. Preparate una piccola knelle di formaggio aiutandovi con due cucchiai e aggiungetela su ogni piatto. Ovviamente la knelle è solo per un fatto di estetica. Potete aggiungere il formaggio come ritenete più opportuno. Cospargete quindi il risotto con la granella di pistacchi. Potete anche metterla in una ciotola e portarla direttamente in tavola, per far sì che i commensali ne aggiungano solo la quantità desiderata. Servite quindi il vostro risotto.