QUEL CURIOSO OSCILLARE TRA RICCHEZZA E POVERTA’. L’INCAPACITA’ DI SCEGLIERE, SIMONETTA AGNELLO HORNBY E LE FETTE DEL CANCELLIERE.

fette-cancelliereQuesto mio post di oggi richiede almeno due premesse per non risultare totalmente incasinato.

Prima premessa.

Vi ricordate quando ho accennato ad un passo del libro di Simonetta Agnello Hornby “La cucina del buon gusto”? Era in questo post. Per chi non lo sapesse, Simonetta Agnello Hornby è una scrittrice. Nata in Sicilia da genitori entrambi di nobili origini, si è trasferita presto all’estero e ha conseguito il dottorato in giurisprudenza divenedo poi avvocato minorile e giudice. Dal 1972, avendo sposato un cittadino inglese, vive a Londra. Dopo aver scritto molti romanzi, di recente ha pubblicato tre “saggi/libri di ricette” (Un filo d’olio, La cucina del buon gusto e Il pranzo di Mosé) che hanno come argomento il cibo in generale e in particolare le ricette siciliane che si preparavano in casa Agnello, nella casa di campagna di Mosé, nell’entroterra siciliano.

Avendola citata nel mio post, mi è tornata in mente e mi è venuta voglia di approfondire. Quindi ho guardato alcuni filmati di suoi interventi. Volevo approfondire la sua conoscenza non tanto come scrittrice di romanzi ma più come divulgatrice su temi inerenti il cibo e la cucina. Soprattutto mi incuriosiva come persona e nel suo rapporto col cibo. Mi incuriosiva perchè non riuscivo a capire bene la sua personalità. Non riuscivo a capire se la trovavo “snob” o umile. A volte mi sembrava troppo calata nel suo “status” di figlia di famiglia nobile con usanze e consuetudini da nobile, forse un po’ rigida nel suo ruolo (“…mamma mi diceva di fare così e io lo faccio”) . Altre volte mi sembrava così curiosa, aperta, desiderosa di esplorare terreni sconosciuti (“la minestra più buona che abbia mai mangiato è quella che ci preparava la nostra domestica appena arrivati a Mosé”). Quando la ascoltavo parlare di cibo, mi sembrava oscillare di quà e di là, tra ricchezza e povertà, tra l’essere snob e l’essere umile, tra cibo ricco e cibo povero, tra ricette della mamma nobile e ricette della domestica popolana. Non riuscivo a capire la sua reale natura. Che poi, a ben vedere, la cucina di sua mamma oggi verrebbe qualificata quasi come povera, nel senso che è molto diversa dalla cucina degli chef stellati dai quali, in teoria, oggi mangiano i ricchi. Però non so. So di non essere molto chiara ma mi sembrava di cogliere una antinomia.

fette-cancelliereSeconda premessa.

Qualche giorno fa leggevo questo post su Juls’ Kitchen. Questo blog è gestito da una simpaticissima foodblogger toscana molto molto in gamba. In questo post Giulia dice di “…essersi ritagliata nel tempo una sua nicchia, quella della cucina italiana e toscana tradizionale, del cibo genuino, modesto e di casa”. Ho espresso apprezzamento per questa scelta, per la capacità di Giulia di non seguire le mode e i trend e di rimanere fedele a se stessa e alle sue origini.

fette-cancelliereA questo punto, complice l’accavallarsi nella mia mente di queste due premesse, mi sono chiesta ..ma la mia scelta quale è? Mi piace il cibo tradizionale o quello dei ristoranti stellati? Mi piace il cibo “ricco” o quello “povero”? Come voglio impostare questo blog?

La verità è che io, perlomeno in questo momento, non posso e non voglio scegliere. Sembrerà banale ma a me piace tutto il cibo in generale. Mi piace preparare la semplice crostata che faceva mamma quando ero piccola ma mi piace anche cimentarmi, laddove sia possibile farlo in una cucina non professionale, anche con piatti più “sofisticati”, che provano a riprodurre i piatti dei ristoranti stellati. Mi piace cenare a casa ma se mi portano in un bel ristorante stellato mi piace anche quello. Come Simonetta da ragazzina oscillava tra cucina ricca di mamma e cucina povera della servitù, credo che anche io continuerò ad oscillare tra cucina di casa e cucina dei ristoranti, tra piatti di casa e piatti gourmet. E anche con una certa gioia. Forse arriverà un giorno in cui sentirò l’esigenza di scegliere. Ma ancora non è  il momento.

In omaggio all’ispiratrice di questo post, ho preparato le fette del cancelliere. In merito a questo dolce Simonetta ci racconta che la ricetta viene da Canicattì, la città di sua nonna. A Palermo lo stesso dolce è la specialità di uno dei numerosi monasteri che c’erano in passato nella capitale dell’isola. Ciascun monastero aveva la sua specialità dolciaria e ne teneva segreta la ricetta. Simonetta simpaticamente conclude dicendo che sembrerebbe che il nome originale del dolce fosse “Felle” – cioè natiche – del cancelliere, ovvero l’economo del convento e che è meglio non soffermarsi sull’origine di questo nome.

Diciamola tutta: esteticamente questi dolci non sono proprio bellissimi. Non si prestano molto ad essere fotografati. Però vi assicuro che sono davvero particolari. Sicuramente non somigliano a nulla che avessi mai assaggiato. Perciò ne è valsa comunque la pena e ve li consiglio caldamente. Allora andiamo a preparare e gustare le fette del cancelliere.

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LE FETTE DEL CANCELLIERE

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INGREDIENTI (per 10 persone):

Per l’impasto:

  • 1 litro di latte
  • 450 g di semola
  • 250 g di zucchero
  • 250 g di pistacchi
  • 1 albume
  • olio per friggere
  • zucchero a velo

Per la crema biancomangiare:

  • 300 ml di latte
  • 50 g di zucchero
  • 30 g di amido

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COME SI FA:

  1. Tritate finemente i pistacchi e metteteli da parte.
  2. Versate il latte in un pentolino, aggiungetevi a poco a poco la semola e lo zucchero e, mescolando sempre, a fuoco medio, fatelo addensare come una crema. Questo procedimento dura non più di 8-10 minuti.
  3. Quando è denso toglietelo dal fuoco e aggiungete i pistacchi tritati. Rimettete sul fuoco e fate addensare fino a raggiungere una forte consistenza per 5 minuti ancora. Fate raffreddare l’impasto.
  4. In una ciotolina sbattete leggermente una chiara d’uovo e, con le mani bagnate dalla chiara, fate delle grosse polpette ovali da friggere in abbondante olio.
  5. Preparate la crema. Mettete in un pentolino il latte, lo zucchero e l’amido. Mescolate bene. Accendete un fuoco medio e, mescolando sempre, fate cuocere fino a quando la crema comincia a divenire densa. Provate con il mestolo a tracciare un segno sulla crema. Se questo è visibile, la crema è pronta. Spegnete e fate raffreddare.
  6. Quando anche le polpette sono fredde, apritele a libro, riempitele con un cucchiaino di crema e spolverizzate con zucchero a velo.

LA DOLCE SORPRESA DI UN DONO INASPETTATO. BISCOTTI DI FARRO E QUINOA CON ARANCIA E CACAO.

biscotti-farro-quinoa-cacao-aranciaDomenica scorsa mi sono resa conto  di essere una foodblogger alquanto bislacca. Domenica scorsa cos’era?…San Valentino. E cosa fanno le foodblogger serie?…suggeriscono una ricetta per San Valentino, ovviamente. E la sottoscritta che fa? Pubblica un post sul senso della vita, sulla ricerca della felicità, sulle colazioni solitarie e bla bla bla. Che disastro che sono! :-)

A mia discolpa, però, posso dire che in questa mia avventura da foodblogger ho deciso di farmi guidare dall’istinto, dal caso, dal momento. In sostanza mi viene un pensiero, poi mi viene un ragionamento, poi mi viene una cosa da raccontare, poi mi viene un piatto da abbinare e così è. A volte il processo mentale è anche al contrario. Non credo che questo modo di agire sia sbagliato perchè se in un certo momento si sente di fare una certa cosa e non un’altra, quella avrà senza dubbio più forza e trasmetterà più energia rispetto ad una cosa fatta perchè si deve fare.

Detto questo, ed essendomi solo in parte assolta dalle mie mancanze, veniamo ad oggi. L’altro giorno, al supermercato, mi sono imbattuta nei biscotti cioccolato e arancia della linea Riso su Riso di Galbusera (ci tengo a precisare che non sto facendo pubblicità, è proprio che i biscotti erano quelli e a me piace essere precisa). Io adoro quei biscotti e adoro l’abbinamento arancia e cioccolato. Quindi li ho comprati. Nel comprarli mi sono ricordata di un episodio di qualche tempo fa, forse dell’anno scorso.

biscotti-farro-quinoa-cacao-aranciaVa premesso che, come avrete capito dalle numerose citazioni, in ufficio ho un bel gruppetto di colleghe/amiche. Nella mia – a volte solitaria –  vita marchigiana loro sono un vero punto fermo. Per tutto. Anche nel fornirmi spunti per questo blog. Io voglio un sacco di bene a tutte loro e la cosa bella è che anche con quelle più diverse da me si è riuscito a creare un rapporto di amicizia e rispetto.  Tornando a noi, un annetto fa ho detto in ufficio che quei biscotti non li trovavo al supermercato dove facevo spesa. Dopo qualche giorno una di loro (mi piacerebbe dire il suo nome ma non lo faccio perchè loro sono tutte quante molto riservate e mi ammazzerebbero…che poi al momento mi leggono quasi solo loro quindi il problema privacy si pone ben poco :-)) è venuta da me in ufficio con un pacco di biscotti e mi ha detto “Li ho visti mentre facevo spesa e te li ho presi”. Inutile dire che ho provato a rimborsarla ma non ha voluto sentire ragioni.

Potete di certo immaginare la mia sorpresa e la mia gioia. In un momento della sua giornata quella persona si è ricordata di me e ha avuto un gesto gentile nei miei confronti. Ha speso due minuti del suo tempo per pensare a me. Io lo trovo molto molto carino. I regali inaspettati e senza un motivo per me sono i migliori.

Certo anche quelli che riceviamo per Natale o per il compleanno sono graditi. Ma questi hanno in più la gioia della doppia sorpresa. La gioia, cioè, non solo del “che cosa mi avrà regalato?” ma sopratutto la gioia ancora precedente del “che bello! mi hanno fatto un regalo! E senza motivo! Solo perchè mi vogliono bene!”.  Senza contare che il regalo inaspetatto è quello che il donante compra o prepara in uno stato d’animo libero da pressioni. Magari in quel momento è rilassato, non sta cercando un regalo perchè deve fare un regalo, ma semplicemente vede una cosa bella, gli vieni in mente e la prende per te. Stop. Piacevolezza allo stato puro. Per chi dona il regalo e per chi lo riceve.

Vedendo al supermercato quei biscotti mi sono ricordata di quel momento e ho voluto in qualche modo “celebrarlo”. E allora ho anche pensato che arancia e cioccolato è un super abbinamento e che ne avevo voglia per questo week end. E quindi eccomi: biscotti di farro e quinoa con arancia e cacao. Ho preferito il cacao al cioccolato perchè volevo farne una versione più leggera, da mangiare anche a colazione. E allora, con l’augurio che anche voi riceviate tantissimi regali inaspettati, eccovi la ricetta.

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BISCOTTI DI FARRO E QUINOA CON ARANCIA E CACAO

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INGREDIENTI:

  • 100 g di farina di quinoa
  • 100 g di farina integrale di farro
  • 100 g di zucchero di canna
  • 120 g di burro
  • 30 g di cacao
  • la scorza di una arancia
  • 2 cucchiai di succo d’arancia
  • 1 pizzico di sale

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COME SI FA:

  1. Tritate finemente i chicchi di quinoa per ottenere una farina.Scaldate sul fuoco una padella ampia. Mettetevi la farina e tostatela per una decina di minuti. Fate raffreddare
  2. Tagliate il burro a cubetti e rimettetelo in frigo fino al momento dell’utilizzo.
  3. Mettete nel mixer le due farine, il cacao, lo zucchero,  e il sale e fatelo andare per un po’, giusto per mescolarli. Aggiungete il burro, la scorza d’arancia e il succo e azionate ancora, a intermittenza per non scaldare il composto. Fermatevi appena vedete che è diventato una palla. Ovviamente potete impastare tutto anche a mano, se non avete il mixer.
  4. Rovesciate l’impasto sul piano di lavoro, appiattitelo con le mani in una frittellona (senza schiacciarlo troppo) e trasferitelo in frigo, sigillato con la pellicola, per almeno 30 minuti.
  5. Accendete il forno a 170 gradi e rivestite di carta da forno una teglia per biscotti.
  6. Tenete l’impasto per 5 minuti fuori dal frigo, prima di iniziare a stenderlo con il mattarello a uno spessore di 4 millimetri. Lavorate sul piano leggermente infarinato e stendetene una metà alla volta (così riuscite a essere più rapidi). Tagliate i biscotti con un coppapasta tondo e poggiateli sulla teglia, senza bisogno di distanziarli troppo (non hanno lievito, non si espanderanno in cottura).
  7. Infornateli per 10 minuti, poi estrateli dal forno, girateli con molta attenzione perchè potrebbero rompersi e cuoceteli altri 5 minuti.
  8. Fateli raffreddare su una gratella e conservateli in una scatola di latta.

 

 

LA RICERCA SOLITARIA DELLA FELICITA’. BISCOTTI DI GRANO SARACENO E NOCCIOLE.

biscotti-grano-saraceno-nocciole“A me risulta che la ricerca del senso è una sorta di partita a scacchi, molto dura e solitaria, e che non la si vince alzandosi dalla scacchiera e andando di là a preparare il pranzo per tutti. E’ ovvio che occuparsi degli altri fa bene, ed è un gesto così dannatamente giusto, ed anche inevitabile, necessario: ma non mi è mai venuto da pensare che potesse c’entrare davvero con il senso della vita. Temo che il senso della vita sia estorcere la felicità a se stessi, tutto il resto è una forma di lusso dell’animo, o di miseria, dipende dai casi. Peraltro, è anche possibile che mi sbagli. E’ giusto un pensiero istintivo – un certo modo di vedere il mondo.

Alessandro Baricco, da “Mi resta ancora del gioco, non so quanto. Ma un po’ ce n’è”, la Repubblica, 13 novembre 2011

Io amo Alessandro Baricco. L’ho scoperto da poco, ma lo amo. Non tanto nella sua veste di scrittore (finora ho letto soltanto Seta, Emmaus e I Barbari) quanto più nella sua veste di divulgatore. Quando spiega qualcosa, un libro, un concetto, un suo ragionamento riesce ad emozionarmi  e a farmi riflettere. Apre la mia mente a considerazioni inaspettate, oltre a provocarmi un immenso piacere grazie al suo sapiente utilizzo delle parole.

Per questo sono sempre alla ricerca di suoi interventi, di sue citazioni. Quella che ho riportato sopra l’ho trovata per caso qualche giorno fa curiosando su internet e mi ha colpito molto. In linea generale credo di condividerla. La sento molto nelle mie corde. Non ho mai pensato di essere in grado di trovare il senso della mia vita dedicandomi totalmente agli altri. Non fraintendetemi. Non sono un mostro. Anche io aiuto gli altri. Lo trovo giusto, inevitabile, necessario e talvolta anche piacevole. Ma la mia più grande gioia non è quella. Mantengo, al riguardo, una certa forma di egoismo. La ricerca del senso della vita per me corrisponde alla ricerca di piccoli momenti di felicità e questo, per come sono fatta io, non corrisponde all’aiutare gli altri come attività in sé. La mia ricerca continua a rimanere un percorso abbastanza interiore e solitario.

biscotti-grano-saraceno-noccioleTuttavia l’immagine del giocatore che si alza e va a preparare il pranzo per tutti mi ha fatto pensare all’attività che in questo momento mi piace più di tutte le altre, quella che mi tranquillizza, che mi rasserena, che mi fa sentire utile, che mi rende davvero felice, che mi dà momenti di “senso della vita”. Ovviamente cucinare. E alla fine ho pensato che per noi, amanti del cibo e dei fornelli, il percorso è più facile. Quello che ci piace fare ci consente di trovare un senso ai gesti e alle cose sia in forma solitaria che aiutando gli altri.

Al mio paese, in Puglia, quando una persona muore, amici e conoscenti della famiglia mandano a casa del defunto doni alimentari di vario genere. Oggi si tratta per lo più di cibi comprati tipo brioches, caffè, rustici salati, pizzette, ma sono sicura che in passato le pietanze venissero preparate in casa. La ragione è che i parenti del defunto sono esausti per la veglia notturna e troppo stanchi per cucinare. E allora ecco che gli amici si preoccupano di procurare caffè e cibi vari. Forniscono il loro aiuto procurando cibo. Il cibo come forma di aiuto e vicinanza. Bellissimo. Cucinare e aiutare gli altri, anche solo facendogli provare un momento si gioia, piacere e spensieratezza.

Tuttavia sono convinta che il piacere di cucinare sia un piacere che si esprime anche in forma solitaria. Il piacere di fare qualcosa per se stessi, il piacere di prendersi cura della propria persona, il rispetto per se stessi e per la propria felicità. Mi ha fatto molta tenerezza un passo del libro di Simonetta Agnello Hornby, “La cucina del buon gusto”, in cui lei raccontava che, da quando vive sola, continua assiduamente a rispettare il rito dei pasti. Le posate buone, i piatti adeguati, le pietanze migliori. Come forma di rispetto per se stessa, anche nel suo essere sola.

In conclusione il piacere di cucinare è un piacere che si declina a doppio senso. Non può essere sempre solitario perchè sarebbe egoismo, non può essere sempre collettivo perchè  sarebbe ostentazione.

biscotti-grano-saraceno-noccioleLa ricetta di oggi ho deciso di prepararla per il piacere solitario della colazione del week end. Era un po’ di tempo che avevo voglia di cose semplici ma avvolgenti. E allora mi sono messa all’opera. La settimana scorsa, venerdì pomeriggio, ho messo un sottofondo musicale e mi sono messa a impastare. La casa si è riempita di odori. Fuori era già quasi il crepuscolo. Ma il piacere ovviamente era destinato a durare fino al giorno dopo. La colazione del sabato per me è davvero un momento di relax, di tranquillità e spesso mi piace farla da sola. Mi sveglio, apro le finestre, sbircio fuori per guardare che tempo fa (guardate sotto che bella giornata che era quel giorno), preparo lentamente la moka, accendo la tv a volume basso per iniziare a riprendere contatto col mondo, sorseggio il mio piccolo caffellatte, ogni tanto inzuppo un biscotto. E pian piano le cose riprendono forma. Che meraviglia…

Per questa sessione di felicità solitaria non potevo fare scelta migliore dei biscotti di grano saraceno e nocciole di Sabrine d’Aubergine. Aromi capaci di strappare un sorriso. La ricetta è sul suo bellissimo libro “Fragole a merenda”. E allora buona colazione a tutti.

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BISCOTTI DI GRANO SARACENO E NOCCIOLE

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INGREDIENTI:

  • 100 g di farina 00 (io ho usato la 0)
  • 100 g di farina di grano saraceno
  • 100 g di burro
  •   50g di farina di nocciole
  • 100 g di zucchero di canna
  • 1 pizzico di sale

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COME SI FA:

  1. Tagliate il burro a cubetti e rimettetelo in frigo fino al momento dell’utilizzo.
  2. Mettete nel mixer le farine, lo zucchero e il sale e fatelo andare per un po’, giusto per mescolarli. Aggiumgete il burro e azionate ancora, a intermittenza per non scaldare il composto. Fermatevi appena vedete che è diventato una palla. Ovviamente potete impastare tutto anche a mano, se non avete il mixer.
  3. Rovesciate l’impasto sul piano di lavoro, appiattitelo con le mani in una frittellona (senza schiacciarlo troppo) e trasferitelo in frigo, sigillato con la pellicola, per almeno 30 minuti.
  4. Accendete il forno a 170 gradi e rivestite di carta da forno una teglia per biscotti.
  5. Tenete l’impasto per 5 minuti fuori dal frigo, prima di iniziare a stenderlo con il mattarello a uno spessore di 4 millimetri. Lavorate sul piano leggermente infarinato e stendetene una metà alla volta (così riuscite a essere più rapidi). Tagliate i biscotti e poggiateli sulla teglia, senza bisogno di distanziarli troppo (non hanno lievito, non si espanderanno in cottura). Decorateli con piccoli buchi (io ho usato uno stecchino di legno per spiedini).
  6. Infornateli per 10 minuti, poi estrateli dal forno, girateli con molta attenzione perchè potrebbero rompersi e cuoceteli altri 5 minuti.
  7. Fateli raffreddare su una gratella e conservateli in una scatola di latta.

LA MALEDIZIONE DELLA FARINA “A OCCHIO”.GLI ARANCINI DI CARNEVALE.

aranciniFermi tutti!! Alt!! Non è come pensate!! Non saltate a conclusioni affrettate!!

Non sono siciliani. Non sono salati. Il riso non c’entra niente. Gli arancini di cui sto parlando oggi sono marchiagiani, marchigiani nel midollo, marchigiani tutta la vita, tanto marchiagiani che, prima di trasferirmi quì, la loro esistenza mi era ignota. Per carità: non è che io sia una tuttologa. Molti piatti – ahimé – sfuggono anche a una mente assetata di ricette come la mia. Tuttavia, non so precisamente perché, nel condurre la mia personale indagine sull’origine e sull’esatta ricetta degli arancini di carnevale, mi sono fatta persuasa (come direbbe il buon Montalbano) che non devono essere molto noti fuori dai confini di questa regione.

Fatto sta che io li trovo fantastici. Li ho adorati dal primo momento in cui li ho assaggiati. Sarà stato nel lontano 2007, al massimo 2008. Una collega li ha portati in ufficio…ed è stato amore.

Devo premettere che in Puglia il Carnevale è molto meno sentito che nelle Marche, sia a livello di festeggiamenti che di ricette. Penso di potermi spingere a dire che qui il Carnevale non è “una festa” ma “la festa”. Il martedì grasso, di pomeriggio, anche nelle cittadine dove non ci sono veri e propri festeggiamenti, c’è sempre un gruppetto nutrito di persone mascherate che si aggirano per il centro e, addirittura, i negozi rimangono chiusi. Per non parlare dei dolci, di tanti tipi, ovviamente tutti fritti: cicerchiata, ciambelle, castagnole, frappe e arancini sono in vendita nei forni cittadini da almeno tre settimane prima. Per la serie “se hai pensato di poterti mettere a dieta dopo i bagordi natalizi…SCORDATELO!!”.

Detto questo, è dal lontano 2007/2008 che vago come un’anima in pena alla ricerca della ricetta giusta. E giustamente voi direte “..è che ci vorrà mai a trovare una ricetta! Guarda su internet, chiedi ad amici, colleghi e conoscenti, sguinzaglia le tue fonti!”. Mmm, non è proprio così.

aranciniQuì nelle Marche succedono fenomeni strani…(e qui immaginate la musichetta horror che mettevano a Blu notte con Carlo Lucarelli che vi dice “Paura” con il relativo gesto).

Eh si. Succedono fenomeni strani perché, ogni volta che ho cercato una ricetta, se la chiedevo a tre persone, avevo tre ricette diverse…ma non simili, proprio completamente diverse! Su questo, è ovvio, uno potrebbe dire “ma dappertutto in Italia è così! Ogni famiglia ha la sua ricetta!”. Questo è vero ma la maggiore difficoltà che ho avuto è data dal fatto che qui non si tratta di cambiare la quantità degli stessi ingredienti, come di solito mi era accaduto in passato, o dal fatto che ne hai uno al posto di un’altro. Quì la difficoltà è dovuta al fatto che a volte cambiano più ingredienti tutti insieme, cambiano le quantità e a volte anche la procedura.

Ma la cosa più grave è che credo di essere perseguitata dalla maledizione della ricetta “…a occhio” che, soprattutto sui fritti carnevaleschi, trova la sua massima espressione nella canonica frase con cui le donne marchigiane ti guardano con gli occhioni sgranati e ti dicono “Eh, la farina non lo so quanta ne metto. Io faccio occhio”. Ma che vuol dire a occhio!!! Cavoli!! Da me in Puglia non si fanno i fritti di Carnevale!! Che vuol dire a occhio! Le ciambelle devono essere morbide, dure, medie?  Boh. Ognuno ha le proprie ricette e le proprie convinzioni e, si sa, contro le convinzioni c’è poco da fare.

Per quanto riguarda gli arancini, oltre che con l’annosa questione della farina a occhio, ho dovuto fare i conti con un’altra questione non meno importante. Gli orientamenti di pensiero sono essenzialmente due. C’è chi li fa con il lievito di birra, chi con il lievito chimico. Quale sarà la scelta giusta? Chi può dirlo…

Ad ogni modo oggi ho provato la ricetta della mamma della mia vicina di casa/amica. Quì non si scherza. Marchigiane da genereazioni. Roba seria. Ed infatti è perfetta. Ho solo aggiunto un po’ di scorza d’arancia e zucchero in più. Però sono soddisfatta. Questa per me è la ricetta giusta! Ce l’ho fatta! Evviva! Buon Carnevale a tutti!

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ARANCINI DI CARNEVALE

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INGREDIENTI:

  • 600 g di farina
  • 150 g di zucchero
  • 50 g di burro
  • 25 g di lievito di birra
  • 1 uovo
  • 1 bicchiere di latte
  • la buccia di 4 arance
  • olio per friggere

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COME SI FA:

  1. Fate sciogliere il lievito nel latte. Grattugiate la buccia di arancia e mettete da parte.
  2. Mettete in una ciotola la farina. Tagliate il burro a cubetti e mettetelo al centro della farina. Aggiungete l’uovo.
  3. Iniziate a impastare e aggiungete piano piano il latte con il lievito sciolto. Continuate ad impastare fino ad ottenere un panetto.
  4. Ovviamente se avete una planetaria utilizzatela per impastare tutti gli ingredienti.
  5. Fate riposare l’impasto in una ciotola coperta di pellicola nel forno a 30 gradi per mez’ora circa.
  6. Dividete l’impasto in due parti e stendetele con il matterello. Spalmate sulle due sfoglie la buccia di arancia mescolata con lo zucchero. Arrotolate a forma di salame. Tagliate a rondelle di 1 cm circa.
  7. Friggete in olio bollente a 176 gradi.