TANTI MODI DI VIVERE L’ESTATE, I MIEI SALUTI E L’INSALATA DI CECI, SGOMBRO E PEPERONI

Insalata-di-ceci-sgombro-e-peperoniOgnuno vive l’estate a modo suo. E questo è ovvio. Però è anche vero che ognuno vive l’estate nel modo che gli è consentito dal luogo in cui vive. Il fatto è che, avendo vissuto per lunghi periodi in tre posti diversi, ho avuto modo di osservare tre modi totalmente diversi di vivere l’estate.

L’estate in Puglia, a Ruvo di Puglia, significa prendere la macchina e farsi una ventina di minuti di strada per passare una giornata al mare. Significa anche poter scegliere tra sabbia e scogli. Basta solo allungare un pochino il tragitto. Significa indubbiamente avere a disposizione uno dei più bei mari d’Italia. Ma può anche capitare che il ruvese medio non abbia voglia del mare. In tal caso le domeniche si trascorrono in campagna, impegnati prevalentemente a preparare il pranzo, divorare il pranzo, digerire il pranzo. Diciamo che le tre operazioni richiedono in media quelle 8-9 ore. Ma non c’è da preoccuparsi. Il tempo passa in fretta perchè tutte le operazioni sono allietate dalle chiacchiere con cugini, nonni e altre persone di cui talvolta si ignora il grado di parentela o di conoscenza. Il ruvese medio è solito anche passare le serate a prendere il fresco seduto su una panchina in compagnia di pochi amici, un buon gelato e il silenzio della sera. I piatti immancabili nell’estate pugliese sono: la parmigiana di melanzane, le friselle con pomodoro, origano e olio, la focaccia con la mortadella e il provolone.

Nelle Marche, a Senigallia, direi che la scelta è una sola. Mare, mare, mare. Il senigalliese medio ad aprile è già pronto ad aprire la stagione. La prima cosa che fa è sistemare il giardino o il balcone e posizionarci tavolo e sedie. Terminata questa operazione si dedica alla tintarella. Vurria mai che quando arrivano i milanesi bianchi come le mozzarelle possano coglierli impreparati e impedirgli di prenderli in giro. Il senigalliese medio torna dal lavoro e si fionda in spiaggia. A momenti va al lavoro in bermuda perchè per lui l’estate è un ininterrotto susseguirsi di giornate di vacanza, anche se lavora. E questo ovviamente dura da aprile fino alla Fiera, perchè quando subito dopo Ferragosto arriva la fiera puntualmente piove e vuol dire che l’estate è finita. I piatti immancabili nell’estate senigalliese sono: la pizza da asporto al sabato sera (perchè chi ha voglia di cucinare dopo tutta una giornata in spiaggia!), la piadina sfogliata con erbe e salsiccia (ma la salsiccia deve essere quella di Furcinon, noto macellaio della città), il bombolone con la crema (da comprare rigorosamente dalla stessa bancarella che ogni anno è presente alla Fiera).

Insalata-di-ceci-sgombro-e-peperoniL’estate milanese/monzese per me è ancora tutta da scoprire. Ma qualcosa l’ho già capita. A Milano il mondo si ferma ad agosto. Anche se ormai ci sono persone che in ferie ci vanno a luglio, tutto va concluso prima di agosto. Il che se si va in vacanza ad agosto è una sfiga, ma se si va in vacanza a luglio è una figata. Niente traffico, niente caos sui mezzi, tempi dimezzati per tutti gli spostamenti. E anche la stupenda sensazione di essere quasi i padroni della città. Fantastico..Ma torniamo a noi. Ho capito anche che il lombardo medio trascorre l’estate in tre posti: la Liguria, il lago (a seconda di dove abita sceglierà se andare a Como, a Lecco, sul lago di Garda o sul lago Maggiore) e la Valtellina. Tendenzialmente il top del relax lo raggiunge al lago (cosa che uno abituato solo al mare trova decisamente inconcepibile). Credo che ricorra al mare giusto quando il caldo è assolutamente insopportabile, o se ha esigenza di iodio per un qualche motivo, o giusto per cambiare meta ogni tanto. Poi c’è la Valtellina. Poche ore da Milano e sei già in montagna. E li il lombardo medio si scatena. Alla prima pioggia freme dalla voglia di fare polenta e ossobuco. Cerca di contenersi ma con scarsi risultati. E non dimentichiamoci la puntatina di shopping a Livigno dove fa incetta di prodotti (detassati e non) tra cui alcool, profumi, tisane di montagna, giubbotti di pelle, prodotti tecnologici, zucchero e dulcis in fundo il dado della Knorr in mille varianti tedesche che in Italia di solito non si trovano. I piatti immancabili dell’estate lombarda sono: gli spaghetti con il pesce di lago (tipo il lavarello), i casoncelli bergamaschi (che anche in estate non si può non mangiarli) e ovviamente i pizzoccheri come li fanno in Valtellina.

Per quanto mi riguarda vivo la mia estate un po’ in bilico. Provo a fare la parmigiana, ma non è uguale a quella della mia mamma. Compro la piadina sfogliata ma non ho a disposizione la salsiccia di Furcinon. Provo a gustare il pesce di lago ma continuo a preferire quello di mare.

Per salutarvi e augurarvi buone vacanze oggi vi propongo questa insalata di ceci, sgombro e peperoni. La ricetta l’ho inventata io. E mi sembra davvero adattissima per una bella cena estiva tra amici. Credo anche che andrà bene ovunque voi siate e in qualunque modo vogliate vivere la vostra estate. Un abbraccio a tutti voi e arrivederci a presto.

Insalata-di-ceci-sgombro-e-peperoni

INSALATA DI CECI, SGOMBRO E PEPERONI

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INGREDIENTI:

  • 300 g di ceci già cotti (o in scatola)
  • 2 scatolette di sgombro sott’olio
  • 1/2 peperone rosso
  • 1/2 peperone giallo
  • 1/2 cipolla di Tropea
  • una manciata di olive taggiasche
  • il succo di 1 limone
  • 4 cucchiai abbondanti di olio evo
  • sale
  • pepe nero
  • qualche grano di pepe di Sichuan
  • una decina di foglioline di basilico

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COME SI FA:

  1. Affettate la cipolla di Tropea e mettetela in un piatto pieno di acqua. Servirà a renderla meno forte e più digeribile.
  2. Lavate per bene i peperoni, tagliateli a piccoli pezzetti il più possibili uniformi e fateli rosolare per 5 minuti in una teglia ben oliata. Fateli raffreddare per bene.
  3. Mettete in una ciotola capiente i ceci che avrete precedentemente sgocciolato.
  4. Sgocciolate lo sgombro dal suo liquido di conservazione e aggiungetelo ai ceci.
  5. Unite i peperoni, la cipolla e le olive taggiasche.
  6. Preparate una citronette mescolando l’olio con il succo di linone, una presa di sale e il pepe nero nella quantità desiderata.
  7. Pestate nel mortaio qualche grano di pepe di Sichuan.
  8. Condite l’insalata con la citronette e mettetela in frigo per 10 minuti, giusto il tempo di rinfrescarla un po’. Sistematela quindi in un piatto da portata, cospargetela con il pepe di Sichuan e le foglioline di basilico e servite.
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E NON DITEMI CHE QUESTA E’ DIFFICILE… ALCUNE CONVINZIONI SULLE FOODBLOGGER E LA TORTA DI PESCHE AL PROFUMO DI LIMONE

Torta-alle-pesche-al-profumo-di-limoneLe convinzioni errate in merito ai foodblogger e alla loro vita sono davvero una spatafiata…Tanto per dirla così, in un linguaggio da bar.

Una delle convinzioni più radicate è che la vita di una foodblogger sia costellata di pranzi e cene sempre perfette e sempre piene di manicaretti. L’idea che si possa mangiare la pizza surgelata o i sofficini Findus non viene neanche contemplata. E invece è proprio così. Può capitare. Perchè se la foodblogger ha anche una vita fuori dalla cucina, può succedere che la giornata sia stata una schifezza, che al lavoro sia successo praticamente di tutto, che tornando a casa si sia scatenato un nubifragio e che tutto quello che pensavi di concludere nella giornata sia andato bellamente a pupazza. E allora vuoi mettere il conforto di una bella pizza surgelata e di una Coca fresca. Non ha prezzo…

Altra convinzione frequente e che, con il cibo cucinato, si vadano ad alimentare i poveri della città o che si butti nella spazzatura o lo si usi come crema viso o per altri usi non meglio identificati…La domanda “Ma poi del cibo cosa ne fai?Lo mangi?” mi lascia decisamente interdetta…Che dovrei farci con del cibo? Boh…

Convinzione numero tre: se si organizza una cena, una festa o un ritrovo di vario genere tutti danno per scontato che la foodblogger dovrà cucinare e che avrà piacere di farlo. Cosa che nella maggior parte dei casi è vera. Ma non sempre…Specie se ha avuto una giornata tipo qulla di cui alla convinzione n. 1.

rta-alle-pesche-al-profumo-di-limoneMa fin qui siamo nell’ambito delle convinzioni soltanto vagamente irritanti. Poi ci sono quelle che mi fanno dispiacere…

Tipo quando si pensa che il lavoro che c’è dietro un piatto e dietro a un post sia cosa da poco, che si fa in un attimo. Che cercare di fare delle belle fotografie sia cosa semplice. Che trovare il tempo per cucinare, fotografare e postare si trovi facilmente. Che cercare sempre di migliorare sia cosa da tutti.

Ma la cosa che davvero mi dispiace di più è quando si pensa che tutte le ricette preparate e postate sul mio blog siano impraticabili per le persone che in cucina non sono proprio nel loro habitat naturale. E allora qui lo voglio dire chiaro: questo è un pregiudizio! Perchè se ci si ferma un attimo a leggerle le ricette forse si scopre che sono fattibili e che anche un principiante ce la può fare. Sempre se ne ha voglia davvero…Già. Perchè dire “Io non sono capace” a volte è solo una scusa per non provarci neanche. Questo mi dispiace proprio. Perciò per favore: leggete le ricette…e poi provateci. E’ più facile di quanto pensate…

La torta do oggi è davvero davvero facile. Non vi servirà neanche montare le uova con le fruste. Basterà mettere tutto in un mixer, affettare le pesche, sistemare il composto in una tortiera e infornare. Basta. Finito. E vi assicuro che farete un figurone…Ecco quindi la ricetta…

Torta-alle-pesche-al-profumo-di-limone

TORTA DI PESCHE AL PROFUMO DI LIMONE

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INGREDIENTI (per uno tortiera da 22 cm):

  • 160 g di zucchero
  • 170 g di burro
  • 2 cucchiai di scorza di limone
  • 3 uova
  • 70 g di yogurt
  • 150 g di farina
  • 1 cucchiaino di lievito per dolci
  • 3-4 pesche

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COME SI FA:

  1. Mettete nel mixer il burro a temperatura ambiente con lo zucchero e la scorza di limone e lavoratelo per 6-8 minuti fino a renderlo cremoso.
  2. Unite le uova, una per volta, frullando dopo ogni aggiunta. Aggiungete la farina, lo yogurt e il lievito e lavorate fino ad ottenere un impasto omogene.
  3. Lavate le pesche e tagliatele a spicchi. Foderate con la carta da forno uno stampo a cerniera da 22 cm. Versate metà dell’impasto e disponete un primo strato di pesche. Completate con l’impasto e le pesche rimanenti.
  4. Infornate a 180 gradi per 1 ora o comunque fino a doratura (verificate la cottura con il metodo dello stecchino). Fate raffreddare il dolce per 10 minuti prima di sfornarlo e servitelo freddo.

QUANDO I TEMPI LUNGHI NON SONO UN PROBLEMA. FOCACCIA DI ASPARAGI, CIPOLLE E SALSICCIA

Focaccia-di-asparagi-cipolle-e-salsicciaQuando la mia amica mi ha dato un pezzetto di pasta madre, non avevo capito bene cosa farci. E neanche che sarebbe diventata una fedele compagna per molti anni a venire. Ero talmente impreparata che ho perfino sbagliato a leggere le istruzioni per il rinfresco e, invece di mettere l’acqua in quantità pari alla metà del peso della pasta, l’ho messa nella stessa quantità. E per un bel po’ ho pensato di fare nel modo giusto. Che poi, a ben vedere, avevo involontariamente creato dei licoli (ovvero una pasta madre con un maggior grado di idratazione) ma allora non lo sapevo ancora.

Pian pianino ho cominciato a sperimentare. Ho comprato libri sull’argomento e ho provato ogni settimana a fare un pane diverso. C’è stata anche quella volta in cui ho provato a fare il bagnetto alla mia pasta per toglierle un pochetto di acidità accumulata ma, ahimè, ho finito per annegarla. E ho dovuto richiederne di nuovo un pezzetto alla mia amica. Quando mi sono trasferita in Lombardia l’ho riposta con cura nel suo barattolo e le ho fatto affrontare il lungo viaggio verso una nuova casa e una nuova vita. E lei ha resistito. Insomma ci sono stati momenti di gloria e momenti drammatici. Come in ogni storia d’amore che si rispetti. Una parte di questa storia è documentata in questo blog dove praticamente la maggior parte delle ricette di lievitati è preparata con la pasta madre.

Focaccia-di-asparagi-cipolle-e-salsicciaLa cosa che mi affascina della pasta madre è che con lei il tempo in più non è un problema. In genere si pensa che la pasta madre sia problematica perché va rinfrescata spesso e perché richiede tempi di lievitazione molto lunghi. Per me questi due aspetti non sono un difetto. Anzi, il secondo è proprio la sua forza. Per quanto riguarda il rinfresco, io lo faccio una volta alla settimana, talvolta anche ogni 10 giorni e la mia pasta si riprende senza problemi. Per quanto riguarda il fattore tempo, lo trovo un vantaggio perché mi permette di distribuire le fasi di preparazione in più giorni. Poiché è molto difficile che io abbia a disposizione tante ore in una stessa giornata per potermi dedicare alla panificazione o alla cucina in generale, con la pasta madre mi posso permettere il lusso di rinfrescare il giovedì sera, impastare il venerdì sera e infornare il sabato mattina. Ho potuto verificare che, anche se il tempo di lievitazione suggerito viene superato, la preparazione non subisce grosse modifiche e comunque fornisce belle soddisfazioni. E questa cosa è bella perché in un mondo in cui tutto va veloce e le cose lente vengono considerate inefficienti, con la pasta madre è l’esatto contrario. I tempi lunghi non sono un problema. Ci si può anche dimenticare di lei per un po’. Non è un problema. Tutto ciò io lo trovo estremamente rilassante.

Questa volta ho utilizzato la mia fedele amica per una bella focaccia primaverile. Salsiccia, cipolle e asparagi. Che in origine dovevano essere fave ma poi, pur essendo sicura di averle congelate, quando ho provato a cercarle le ho scambiate per piselli e allora ho ripiegato sugli asparagi. Ma non fateci caso perché ultimamente ho trentamila cose in testa e di queste cavolate ne faccio parecchie. Vabbè. Anche con gli asparagi è una vera figata. Eccovi la ricetta.

Focaccia-di-asparagi-cipolle-e-salsiccia

FOCACCIA DI ASPARAGI, CIPOLLE E SALSICCIA

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INGREDIENTI (per una teglia rettangolare da 25 per 30):

  • 150 g di asparagi
  • 1 cipolla bionda
  • 150 g di salsiccia
  • 100 g di pasta madre rinfrescato (o 25 g di lievito di birra fresco)
  • 250 g di acqua tiepida
  • 400 g di farina
  • olio evo
  • sale
  • pepe

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COME SI FA:

  1. Sciogliete la pasta madre nell’acqua tiepida. Aggiungete la farina, tre cucchiai di olio e un pizzico di sale. Lavorate bene l’impasto per una decina di minuti fino ad ottenere una consistenza liscia e omogenea. Potete anche utilizzare una impastatrice. Formate quindi una palla, ungetela di olio, incidetela a croce e fate lievitare per una notte in un contenitore nel forno spento (2 ore se usate il lievito di birra).
  2. Sbucciate la cipolla e tagliatela a spicchietti sottili. Spellate la salsiccia e tagliatela a tocchetti. Pulite gli asparagi e tagliateli a pezzetti.
  3. In una padella con 2 cucchiai di olio fate rosolare la cipolla, la salsiccia e gli asparagi. Salate, spegnete il fuoco e lasciate raffreddare nella pentola.
  4. Trasferite l’impasto sulla spianatoia infarinata, lavoratela ancora qualche minuto incorporandovi poco alla volta la metà della salsiccia con le verdure.
  5. Stendete la focaccia in uno stampo rettangolare da 25×30 cm foderato con carta da forno unta di olio. Distribuitevi sopra la salsiccia e la verdura rimasta, spolverizzate con un po’ di sale e pepe, coprite lo stampo e fate lievitare ancora per 1 ora.
  6. Condite la focaccia con 2-3 cucchiai di olio e cuocetela in forno a 230 gradi per 20-25 minuti. Emulsionate in una ciotola con l’aiuto di una forchetta 3 cucchiai di olio e 3 cucchiai di acqua. Irrorate la focaccia e cuocete per altri 5 minuti. Sfornate e servite tiepida.

UN PICCOLO BISCOTTIFICIO AI PIEDI DEL MONVISO…MOUSSE ALLO YOGURT E TE’ MATCHA CON LAMPONI E BATIAJE

Mousse-allo-yogurt-e-té-Matcha-con-lamponi-e-batiajeUn paio di settimane fa ci siamo concessi un week end fuori porta. Vivere lontano dal mare e aspettare l’arrivo delle ferie non è cosa facile. Ogni tanto urge una mini-fuga. Questa volta avevamo da consumare un pacchetto week end. Tra le mete disponibili abbiamo scelto Barge, un piccolo borgo della provincia di Cuneo, dal quale è facilmente raggiungibile il Monviso. L’intento era quello di respirare un po’ di aria di montagna e ovviamente di assaggiare le prelibatezze locali.

Il pacchetto comprendeva una visita al biscottificio locale. Non so perché ma, quando uno sente parlare di biscottificio, spesso si immagina qualcosa di abbastanza grandicello, forse anche un po’ automatizzato, forse anche un po’ impersonale. Non si aspetta di certo il gioiellino in cui ci siamo imbattuti…

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BiscottificioDella chiacchierata con Mariella, la cosa che mi ha colpita di più è stata senza dubbio la sua ferma volontà di non cambiare niente di quello che ha costruito in questi anni. Perché le occasioni per ingrandirsi ci sono state…Il prodotto è validissimo e qualcuno se ne è accorto. Ma Mariella e suo marito hanno deciso che andava bene così. Che ingrandirsi avrebbe significato perdere di vista il prodotto, dover rinunciare al metodo di produzione tradizionale, dover delegare cose che adesso vengono fatte direttamente da loro, dover rinunciare al contatto con le persone che loro coltivano anche esponendo il loro prodotto alle fiere di paese, sia in Italia che oltre confine.

Forse i loro figli decideranno di cambiare, ma per adesso va bene così. Va bene avere due piccole stanze piene di calore umano, quello che ti fa sorridere e ti scalda il cuore. Va bene un forno che ha ancora la manovella di plastica che si usava qualche hanno fa, ma che non si rompe quasi mai. Va bene poter chiamare per nome i produttori locali e chiedergli le migliori farine per avere sempre le migliori batiaje. Va bene avere un piccolo bancone e tante scatole colorate per confezionare le batiaje da regalare al pranzo della domenica. Va bene partire al mattino presto con un piccolo furgone diretto in Francia per allestire un banchetto alla fiera…Va bene così.

Cercare di riprodurre le batiaje sarebbe stato irrispettoso e anche inutile perché c’è un ingrediente segreto che ovviamente non mi è stato rivelato. E allora ho pensato che potevo usarle come ingrediente per un dessert. Ho scelto un dessert estivo, fresco e leggero. Si tratta di una mousse allo yogurt e tè Matcha arricchita dal gusto aspro e intenso dei lamponi e resa più consistente dalla croccantezza delle batiaje, che, in questa versione estiva, mantengono comunque la loro spiccata personalità. E allora che dire? Grazie a Mirella per avermi fatto conoscere questi prelibatissimi biscotti e per il tempo che mi ha dedicato.

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MOUSSE ALLO YOGURT E TE’ MATCHA CON LAMPONI E BATIAJE

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INGREDIENTI (per 4 persone)

  • 200 g di yogurt greco
  • 100 ml di panna
  • 6 cucchiaini di zucchero al velo (o la quantità che più vi piace)
  • 2 cucchiaini di tè Matcha
  • 2 vaschette di lamponi
  • 8 batiaje (se non avete le batiaje andrà bene una qualsiasi pasta di meliga)

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COME SI FA:

  1. Mettete la panna in una terrina che avrete precedentemente fatto raffreddare nel congelatore insieme alle fruste. Montate finché non sarà sufficientemente cremosa.
  2. Versate lo yogurt in una terrina e aggiungete la panna. Incorporatela per bene mescolando dal basso verso l’alto per evitare che si smonti. Aggiungete lo zucchero al velo. Mescolate per bene e fate riposare in frigo.
  3. Frullate 1/4 dei lamponi e passateli al setaccio fino ad ottenere una coulis.
  4. Prendete 4 bicchieri e posizionate sul fondo i lamponi rimasti. Appoggiatevi sopra un biscotto. Se il biscotto è troppo grande, spezzettatelo in più parti della grandezza che preferite. Riempite quindi i bicchieri con la mousse. Spolverizzate con altro tè Matcha. Aggiungete infine la coulis, un altro biscotto e, se volete, qualche altro lampone.

BELLE AMICIZIE E PIACEVOLI COLLABORAZIONI. JULS’ KITCHEN E LA PAPPA AL POMODORO

Pappa-al-pomodoroC’è stato un tempo in cui questo blog non esisteva…C’è stato un tempo in cui ero solo una ragazza a cui piaceva cucinare e che un bel giorno ha capito che questa passione poteva essere concretizzata non solo cucinando per la famiglia e gli amici ma anche condividendola con parole e immagini in uno spazio virtuale.

Nel cercare fonti di ispirazione, mi sono imbattuta in Giulia Scarpaleggia e nel suo blog “Juls’ Kitchen“. Quasi senza accorgermene, mi sono ritrovata a leggere periodicamente il suo blog con inaspettata curiosità. Curiosità che, come direbbe Dante, ancor non mi abbandona. Sarà perché Giulia mi è sembrata una ragazza sincera e genuina, sarà perché il suo approccio alla vita e alla cucina è fresco e allegro, sarà perché la sua vita è tanto diversa dalla mia, sarà perché ho apprezzato la determinazione con cui ha fatto diventare la sua passione un vero e proprio lavoro…Insomma sono tanti i motivi per cui mi piace e la seguo.

Un bel giorno, dopo molti contatti purtroppo solo virtuali, Giulia ha chiesto aiuto per il suo nuovo libro “La cucina dei mercati in Toscana” . Ha chiesto dei “recipe tester”, cioè persone disposte a provare le ricette del libro per verificare che tutto fosse a posto e che le ricette fossero facilmente realizzabili. Ovviamente mi sono proposta subito. Inutile dire che questa esperienza è stata davvero interessante perché mi ha consentito di preparare piatti che probabilmente non avrei mai realizzato. Per esempio non conoscevo il pan di ramerino, che davvero è una qualcosa di sorprendentemente spettacolare. Non conoscevo il pane con la farina di castagne. Non avrei mai provato a fare il castagnaccio. E così via.

Pappa-al-pomodoro

Pappa-al-pomodoroAlla fine Giulia è stata tanto carina da ringraziarci nel suo libro. La “Chiara M.” citata tra i recipe tester nella pagina dei ringraziamenti sono io. E ne sono molto orgogliosa. Per questo era da tanto che volevo dedicare un post a Giulia e al suo libro e raccontare del mio piccolissimo contributo. Ma si sa come vanno queste cose, si tende a rimandare. Poi qualche settimana fa sono andata per due giorni a Firenze. E ho capito che il momento era arrivato. Presa dall’euforia per tutte le bontà che ho potuto gustare, ho deciso di preparare una ricetta tratta dal libro. Anzi, non una ricetta ma “la ricetta”. Nel senso che è una ricetta fortemente rappresentativa della cucina toscana.

Sto parlando della pappa al pomodoro. Che io non avevo mai mangiato. E che è buonissima! Cioè: uno banalmente pensa…e che sarà mai? Pane e pomodoro…cosa c’è di speciale? E invece…mamma mia che bontà. Aveva proprio ragione Rita Pavone/Giovannino Stoppani (Gianburrasca)…è proprio un capolavoro. Una esplosione di sapori nostrani: pane, pomodoro, olio extravergine di buona qualità. Il risultato è sorprendente. Così come è sorprendente la bravura della nostra Giulia Scarpaleggia nel guidarci alla scoperta della cucina toscana. Un ringraziamento di cuore a lei ed eccovi la ricetta tratta dal libro “La cucina dei mercati in Toscana”.

Pappa-al-pomodoro

PAPPA AL POMODORO

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INGREDIENTI (per 4 persone):

  • 800 g di pomodori maturi
  • 2 spicchi di aglio
  • peperoncino secco
  • 4 fette spesse di pane toscano raffermo
  • 1 bicchiere di olio evo
  • 20 foglie di basilico
  • sale

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COME SI FA:

  1. Sbucciate i pomodori. Immergeteli per 30 secondi in una pentola di acqua bollente, poi passateli velocemente in una ciotola d’acqua fredda. Togliete quindi la buccia. Io ho accellerato questa operazione sbucciando i pomodori a crudo con l’aiuto di una mandolina. Quest’ultimo metodo però si può utilizzare soltanto se i pomodori sono belli sodi, altrimenti è meglio sbollentarli.
  2. Coprite di olio il fondo di una pentola l’aglio finemente tritato e il peperoncino. Fate imbiondire l’aglio e aggiungete i pomodori tritati. Cuocete a fuoco basso finchè non cominciano a disfarsi. Ci vorranno circa 10-15 minuti.
  3. Nel frattempo immergete le fette di pane in acqua fredda per farle rinvenire un po’, strizzatele e aggiungetele ai pomodori insieme a 1 tazza d’acqua.
  4. Regolate di sale la pappa e fatela cuocere sempre a fuoco lento per 10 minuti, mescolando vigorosamente di tanto in tanto per dare la tipica consistenza cremosa e vellutata.
  5. Spegnete il fuoco e aggiungete il basilico spezzettato e il resto dell’olio. Mescolate bene.
  6. Lasciate riposare la pappa per almeno un’ora e poi, se volete servirla calda, riscaldatela a fuoco basso, altrimenti servitela a temperatura ambiente.

COME TENERE A BADA LA VOGLIA DI MARE…IL TIROPSOMO GRECO

TiropsomoSecondo me ho proprio voglia di mare…Perchè altrimenti la recente proliferazione di ricette greche su questo blog non troverebbe spiegazione. Si, vabbé, ho la cognata greca. Ma non può essere solo quello.

La verità è un’altra. E’ che, pur essendomi sempre definita una che non ama molto il mare, dopo dieci anni in un posto di mare, sono diventata proprio come quelli che, se a maggio non vanno già in spiaggia, muoiono.

E non è neanche solo una questione di farsi un bagno. Che se fosse quello, ci sarebbe l’opzione piscina. E’ che io il mare lo devo poter guardare dal balcone di casa…E se devo fare la camminata a passo veloce per la prova costume, la devo fare al lungomare…E se devo riflettere, lo devo fare camminando al molo fino ad arrivare alla statua della sirenetta (ebbene si, anche a Senigallia c’è una statua della sirenetta)…E se devo prendere la tintarella, non esiste lampada che tenga. Devo rosolarmi in spiaggia. Perchè sennò non è lo stesso. Insomma sono diventata proprio una fanatica.

Tiropsomo

TiropsomoProvo inutilmente a cercare un’alternativa chiedendo agli amici brianzoli e milanesi cosa fanno loro quando arriva questo periodo. Purtroppo non ricevo risposte soddisfacenti. Loro sono nati qui e hanno sempre vissuto qui…questa esigenza proprio non la sentono…se non per quelle due settimane in cui vanno a Senigallia e gli abbronzatissimi autoctoni li prendono in giro perché sono delle mozzarelle. Lo facevo anche io…Adesso però sono vittima della legge del contrappasso. Adesso la mozzarella sono io…

Per fortuna che con la mente si può vagare. Ed evidentemente il mio inconscio non fa che vedere il mare azzurro (proprio come quello greco), le case bianche (proprio come quelle greche), i pranzi all’aperto (con l’insalta greca e gli spiedini di agnello)….Insomma, cose così.

La ricetta di oggi è una specie di focaccia. Dico “una specie” perchè in realtà è a metà tra una focaccia e una torta. E’ salata come una focaccia ma ha la cosistenza morbida di una torta. Al suo interno il sapore acidulo della feta e in superficie la croccantezza dei semi di sesamo (la ricetta tradizionale prevede il sesamo bianco ma io ho voluto dare una nota alternativa di colore con il sesamo nero). Si chiama tiropsomo e si cuoce in forno. Ma, se volete, potete anche prendere cucchiaiate di impasto e friggerle direttamente nell’olio bollente. E questa è cosa sicura…me l’ha detta mia cognata! 🙂 E allora eccovi la ricetta…

Tiropsomo

IL TIROPSOMO GRECO

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INGREDIENTI (per una teglia da 28 cm):

  • 250 g di farina
  • 1 bicchiere di olio
  • 1 bicchiere di latte
  • 1 bustina di lievito istantaneo per torte salate
  • 500 g di feta
  • 4 uova sesamo nero (o bianco)
  • fette biscottate tritate
  • sale

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COME SI FA:

  1. Riunite in una ciotola la farina setacciata con il lievito, l’olio e iniziate a mescolate. Unite anche il latte tiepido, le uova, un pizzico di sale e mescolate ancora. Infine aggiungete la feta sbriciolata. Lavorate il tutto fino ad ottenere un impasto liscio e omogeneo.
  2. Ungete una teglia del diametro di 28 cm, versate l’impasto e livellatelo per bene. Cospargetelo con uno strato di fette biscottate tritate e sesamo.
  3. Cuocete nel forno preriscaldato a 230 gradi per 30 minuti o comunque fino a doratura.

UNA NUOVA PROSPETTIVA SULLE MANDORLE. IL BIANCOMANGIARE

BiancomangiareA volte mi chiedo se l’appartenenza ad un luogo dipenda dal fatto di esserci nati o se forse non sia più importante la quantità di tempo che lì si è trascorsa. Per quanto mi riguarda la situazione è complessa…Il luogo di nascita sarebbe Milano ma, se faccio i dovuti conteggi del tempo che vi ho trascorso, non posso proprio dire di essere milanese. Il conteggio in ordine cronologico dalla nascita sarebbe: 3 anni a Milano, 24 circa a Ruvo di Puglia, 11 anni e 7 mesi a Senigallia, 1 anno e 2 mesi Milano. Se la matematica non è un’opinione, per il momento sono ancora pugliese.

Ed in effetti, per quanto un po’ nascosta, la pugliese che è in me ogni tanto emerge con una certa prepotenza. Per esempio nell’utilizzo frequente e talvolta smodato delle mandorle. Io le adoro. Le metterei ovunque. E questo si vede benissimo in questo blog in cui ci sono parecchie ricette con questo ingrediente.

Negli ultimi anni la coltivazione delle mandorle in Puglia si è molto ridotta. Ma in passato era davvero notevole. Se vi trovate a passare per un qualsiasi paese della Puglia, quantomeno nella provincia di Bari, vedrete che molte strade hanno i marciapiedi grandi quanto la strada stessa. Questo perchè venivano utilizzati per stendere dei grossi teli e metterci le mandorle appena raccolte ad asciugare. Anche quando ero ragazzina io, nel mese di settembre, qualche contadino stendeva ancora questi grossi teli marroni pieni di mandorle e bisognava stare attenti ad aggirare l’ostacolo e a non calpestarle. La gran parte dei dolci tipici pugliesi sono a base di mandorle. Cotte, crude, col cioccolato, nella meringa. Insomma le mandorle fanno parte della storia del luogo. E quindi anche della mia storia.

BiancomangiareCon cotanto passato, ho sempre creduto di essere una buona conoscitrice delle mandorle. Ma un bel giorno, qualche tempo fa, non ricordo di preciso in che circostanza, mi sono imbattuta nel biancomangiare. E lì ho capito che non si finisce mai di imparare. E pensare che è un dolce che esiste dalla notte dei tempi. Pellegrino Artusi lo ha inserito nel suo famoso ricettario “L’arte di mangiar bene” e quindi rappresenta un vero e proprio patrimonio della cucina italiana. Ma io non lo conoscevo. Per fortuna c’è sempre tempo per rimediare.

E finalmente, dopo aver più volte rimandato, sono riuscita a prepararlo. A partire dal latte di mandorle che ho preparato anch’esso con le mie mani. Ecco perchè rimandavo sempre. Perchè  volevo partire dal principio. Il risultato è un dolce veramente delicatissimo. Prima si viene avvolti dalla morbidezza e dalla cremosità della panna, ma poi, sul finale, la bocca rimane cosparsa da un piacevolissimo aroma di mandorle. Questa volta ho preferito prepararlo nella sua versione originale ma nulla esclude di arricchirlo con della frutta o con una salsina a base di frutta. L’importante è cercare ingredienti che non siano talmente forti da cancellare il sapore delicato delle mandorle. Eccovi quindi la ricetta.

Biancomangiare

IL BIANCOMANGIARE

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INGREDIENTI (per 6 persone):

Per circa 500 gr di latte di mandorle:

  • 200 g di mandorle spellate e sgusciate
  • 500 gr di acqua minerale

Per il biancomangiare:

  • 250 g di latte di mandorle
  • 200 g di panna
  • 20 g di zucchero
  • 8 g di gelatina
  • qualche goccia di aroma di mandorle
  • 30 g di mandorle spezzettate

COME SI FA:

  1. Preparate il latte di mandorle. Mattete a bagno le mandorle nell’acqua fredda e lasciate riposare in frigorifero per 12 ore.
  2. Scolate le mandorle e frullatele in un robot da cucina alla massima velocità per 5 minuti con metà dell’acqua messa da parte. Lasciate riposare il composto per 30 minuti.
  3. Aggiungete al composto l’acqua rimanente e frullate per altri 5 minuti. Lasciate ancora riposare per 30 minuti.
  4. Mescolate bene e versate il composto in un recipiente sul quale avrete posizionato un colino con dentro un telo pulitissimo (lavato senza detersivi) a maglie larghe. Prendete il telo e strizzatelo bene con le mani per far uscire tutto il liquido.
  5. Mettete a bagno la gelatina nell’acqua fredda.
  6. Pesate 250 g di latte e mettete da parte. Conservate la parte rimante in frigo (si mantiene per 2-3 giorni).
  7. Mettete il latte di mandorle in un terrina insieme alla panna. Portate il tutto ad ebollizione. Togliete dal fuoco, unite la gelatina e mescolate fino allo scioglimento. Aggiungete l’aroma di mandorle e lo zucchero e mescolate ancora.
  8. Quando il composto sarà tiepido versate negli stampi e fate raffreddare in frigorifero per almeno 4 ore.
  9. Al momento di servire cospargete con le mandorle spezzettate.