BELLE AMICIZIE E PIACEVOLI COLLABORAZIONI. JULS’ KITCHEN E LA PAPPA AL POMODORO

Pappa-al-pomodoroC’è stato un tempo in cui questo blog non esisteva…C’è stato un tempo in cui ero solo una ragazza a cui piaceva cucinare e che un bel giorno ha capito che questa passione poteva essere concretizzata non solo cucinando per la famiglia e gli amici ma anche condividendola con parole e immagini in uno spazio virtuale.

Nel cercare fonti di ispirazione, mi sono imbattuta in Giulia Scarpaleggia e nel suo blog “Juls’ Kitchen“. Quasi senza accorgermene, mi sono ritrovata a leggere periodicamente il suo blog con inaspettata curiosità. Curiosità che, come direbbe Dante, ancor non mi abbandona. Sarà perché Giulia mi è sembrata una ragazza sincera e genuina, sarà perché il suo approccio alla vita e alla cucina è fresco e allegro, sarà perché la sua vita è tanto diversa dalla mia, sarà perché ho apprezzato la determinazione con cui ha fatto diventare la sua passione un vero e proprio lavoro…Insomma sono tanti i motivi per cui mi piace e la seguo.

Un bel giorno, dopo molti contatti purtroppo solo virtuali, Giulia ha chiesto aiuto per il suo nuovo libro “La cucina dei mercati in Toscana” . Ha chiesto dei “recipe tester”, cioè persone disposte a provare le ricette del libro per verificare che tutto fosse a posto e che le ricette fossero facilmente realizzabili. Ovviamente mi sono proposta subito. Inutile dire che questa esperienza è stata davvero interessante perché mi ha consentito di preparare piatti che probabilmente non avrei mai realizzato. Per esempio non conoscevo il pan di ramerino, che davvero è una qualcosa di sorprendentemente spettacolare. Non conoscevo il pane con la farina di castagne. Non avrei mai provato a fare il castagnaccio. E così via.

Pappa-al-pomodoro

Pappa-al-pomodoroAlla fine Giulia è stata tanto carina da ringraziarci nel suo libro. La “Chiara M.” citata tra i recipe tester nella pagina dei ringraziamenti sono io. E ne sono molto orgogliosa. Per questo era da tanto che volevo dedicare un post a Giulia e al suo libro e raccontare del mio piccolissimo contributo. Ma si sa come vanno queste cose, si tende a rimandare. Poi qualche settimana fa sono andata per due giorni a Firenze. E ho capito che il momento era arrivato. Presa dall’euforia per tutte le bontà che ho potuto gustare, ho deciso di preparare una ricetta tratta dal libro. Anzi, non una ricetta ma “la ricetta”. Nel senso che è una ricetta fortemente rappresentativa della cucina toscana.

Sto parlando della pappa al pomodoro. Che io non avevo mai mangiato. E che è buonissima! Cioè: uno banalmente pensa…e che sarà mai? Pane e pomodoro…cosa c’è di speciale? E invece…mamma mia che bontà. Aveva proprio ragione Rita Pavone/Giovannino Stoppani (Gianburrasca)…è proprio un capolavoro. Una esplosione di sapori nostrani: pane, pomodoro, olio extravergine di buona qualità. Il risultato è sorprendente. Così come è sorprendente la bravura della nostra Giulia Scarpaleggia nel guidarci alla scoperta della cucina toscana. Un ringraziamento di cuore a lei ed eccovi la ricetta tratta dal libro “La cucina dei mercati in Toscana”.

Pappa-al-pomodoro

PAPPA AL POMODORO

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INGREDIENTI (per 4 persone):

  • 800 g di pomodori maturi
  • 2 spicchi di aglio
  • peperoncino secco
  • 4 fette spesse di pane toscano raffermo
  • 1 bicchiere di olio evo
  • 20 foglie di basilico
  • sale

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COME SI FA:

  1. Sbucciate i pomodori. Immergeteli per 30 secondi in una pentola di acqua bollente, poi passateli velocemente in una ciotola d’acqua fredda. Togliete quindi la buccia. Io ho accellerato questa operazione sbucciando i pomodori a crudo con l’aiuto di una mandolina. Quest’ultimo metodo però si può utilizzare soltanto se i pomodori sono belli sodi, altrimenti è meglio sbollentarli.
  2. Coprite di olio il fondo di una pentola l’aglio finemente tritato e il peperoncino. Fate imbiondire l’aglio e aggiungete i pomodori tritati. Cuocete a fuoco basso finchè non cominciano a disfarsi. Ci vorranno circa 10-15 minuti.
  3. Nel frattempo immergete le fette di pane in acqua fredda per farle rinvenire un po’, strizzatele e aggiungetele ai pomodori insieme a 1 tazza d’acqua.
  4. Regolate di sale la pappa e fatela cuocere sempre a fuoco lento per 10 minuti, mescolando vigorosamente di tanto in tanto per dare la tipica consistenza cremosa e vellutata.
  5. Spegnete il fuoco e aggiungete il basilico spezzettato e il resto dell’olio. Mescolate bene.
  6. Lasciate riposare la pappa per almeno un’ora e poi, se volete servirla calda, riscaldatela a fuoco basso, altrimenti servitela a temperatura ambiente.
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COME TENERE A BADA LA VOGLIA DI MARE…IL TIROPSOMO GRECO

TiropsomoSecondo me ho proprio voglia di mare…Perchè altrimenti la recente proliferazione di ricette greche su questo blog non troverebbe spiegazione. Si, vabbé, ho la cognata greca. Ma non può essere solo quello.

La verità è un’altra. E’ che, pur essendomi sempre definita una che non ama molto il mare, dopo dieci anni in un posto di mare, sono diventata proprio come quelli che, se a maggio non vanno già in spiaggia, muoiono.

E non è neanche solo una questione di farsi un bagno. Che se fosse quello, ci sarebbe l’opzione piscina. E’ che io il mare lo devo poter guardare dal balcone di casa…E se devo fare la camminata a passo veloce per la prova costume, la devo fare al lungomare…E se devo riflettere, lo devo fare camminando al molo fino ad arrivare alla statua della sirenetta (ebbene si, anche a Senigallia c’è una statua della sirenetta)…E se devo prendere la tintarella, non esiste lampada che tenga. Devo rosolarmi in spiaggia. Perchè sennò non è lo stesso. Insomma sono diventata proprio una fanatica.

Tiropsomo

TiropsomoProvo inutilmente a cercare un’alternativa chiedendo agli amici brianzoli e milanesi cosa fanno loro quando arriva questo periodo. Purtroppo non ricevo risposte soddisfacenti. Loro sono nati qui e hanno sempre vissuto qui…questa esigenza proprio non la sentono…se non per quelle due settimane in cui vanno a Senigallia e gli abbronzatissimi autoctoni li prendono in giro perché sono delle mozzarelle. Lo facevo anche io…Adesso però sono vittima della legge del contrappasso. Adesso la mozzarella sono io…

Per fortuna che con la mente si può vagare. Ed evidentemente il mio inconscio non fa che vedere il mare azzurro (proprio come quello greco), le case bianche (proprio come quelle greche), i pranzi all’aperto (con l’insalta greca e gli spiedini di agnello)….Insomma, cose così.

La ricetta di oggi è una specie di focaccia. Dico “una specie” perchè in realtà è a metà tra una focaccia e una torta. E’ salata come una focaccia ma ha la cosistenza morbida di una torta. Al suo interno il sapore acidulo della feta e in superficie la croccantezza dei semi di sesamo (la ricetta tradizionale prevede il sesamo bianco ma io ho voluto dare una nota alternativa di colore con il sesamo nero). Si chiama tiropsomo e si cuoce in forno. Ma, se volete, potete anche prendere cucchiaiate di impasto e friggerle direttamente nell’olio bollente. E questa è cosa sicura…me l’ha detta mia cognata! 🙂 E allora eccovi la ricetta…

Tiropsomo

IL TIROPSOMO GRECO

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INGREDIENTI (per una teglia da 28 cm):

  • 250 g di farina
  • 1 bicchiere di olio
  • 1 bicchiere di latte
  • 1 bustina di lievito istantaneo per torte salate
  • 500 g di feta
  • 4 uova sesamo nero (o bianco)
  • fette biscottate tritate
  • sale

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COME SI FA:

  1. Riunite in una ciotola la farina setacciata con il lievito, l’olio e iniziate a mescolate. Unite anche il latte tiepido, le uova, un pizzico di sale e mescolate ancora. Infine aggiungete la feta sbriciolata. Lavorate il tutto fino ad ottenere un impasto liscio e omogeneo.
  2. Ungete una teglia del diametro di 28 cm, versate l’impasto e livellatelo per bene. Cospargetelo con uno strato di fette biscottate tritate e sesamo.
  3. Cuocete nel forno preriscaldato a 230 gradi per 30 minuti o comunque fino a doratura.

UNA NUOVA PROSPETTIVA SULLE MANDORLE. IL BIANCOMANGIARE

BiancomangiareA volte mi chiedo se l’appartenenza ad un luogo dipenda dal fatto di esserci nati o se forse non sia più importante la quantità di tempo che lì si è trascorsa. Per quanto mi riguarda la situazione è complessa…Il luogo di nascita sarebbe Milano ma, se faccio i dovuti conteggi del tempo che vi ho trascorso, non posso proprio dire di essere milanese. Il conteggio in ordine cronologico dalla nascita sarebbe: 3 anni a Milano, 24 circa a Ruvo di Puglia, 11 anni e 7 mesi a Senigallia, 1 anno e 2 mesi Milano. Se la matematica non è un’opinione, per il momento sono ancora pugliese.

Ed in effetti, per quanto un po’ nascosta, la pugliese che è in me ogni tanto emerge con una certa prepotenza. Per esempio nell’utilizzo frequente e talvolta smodato delle mandorle. Io le adoro. Le metterei ovunque. E questo si vede benissimo in questo blog in cui ci sono parecchie ricette con questo ingrediente.

Negli ultimi anni la coltivazione delle mandorle in Puglia si è molto ridotta. Ma in passato era davvero notevole. Se vi trovate a passare per un qualsiasi paese della Puglia, quantomeno nella provincia di Bari, vedrete che molte strade hanno i marciapiedi grandi quanto la strada stessa. Questo perchè venivano utilizzati per stendere dei grossi teli e metterci le mandorle appena raccolte ad asciugare. Anche quando ero ragazzina io, nel mese di settembre, qualche contadino stendeva ancora questi grossi teli marroni pieni di mandorle e bisognava stare attenti ad aggirare l’ostacolo e a non calpestarle. La gran parte dei dolci tipici pugliesi sono a base di mandorle. Cotte, crude, col cioccolato, nella meringa. Insomma le mandorle fanno parte della storia del luogo. E quindi anche della mia storia.

BiancomangiareCon cotanto passato, ho sempre creduto di essere una buona conoscitrice delle mandorle. Ma un bel giorno, qualche tempo fa, non ricordo di preciso in che circostanza, mi sono imbattuta nel biancomangiare. E lì ho capito che non si finisce mai di imparare. E pensare che è un dolce che esiste dalla notte dei tempi. Pellegrino Artusi lo ha inserito nel suo famoso ricettario “L’arte di mangiar bene” e quindi rappresenta un vero e proprio patrimonio della cucina italiana. Ma io non lo conoscevo. Per fortuna c’è sempre tempo per rimediare.

E finalmente, dopo aver più volte rimandato, sono riuscita a prepararlo. A partire dal latte di mandorle che ho preparato anch’esso con le mie mani. Ecco perchè rimandavo sempre. Perchè  volevo partire dal principio. Il risultato è un dolce veramente delicatissimo. Prima si viene avvolti dalla morbidezza e dalla cremosità della panna, ma poi, sul finale, la bocca rimane cosparsa da un piacevolissimo aroma di mandorle. Questa volta ho preferito prepararlo nella sua versione originale ma nulla esclude di arricchirlo con della frutta o con una salsina a base di frutta. L’importante è cercare ingredienti che non siano talmente forti da cancellare il sapore delicato delle mandorle. Eccovi quindi la ricetta.

Biancomangiare

IL BIANCOMANGIARE

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INGREDIENTI (per 6 persone):

Per circa 500 gr di latte di mandorle:

  • 200 g di mandorle spellate e sgusciate
  • 500 gr di acqua minerale

Per il biancomangiare:

  • 250 g di latte di mandorle
  • 200 g di panna
  • 20 g di zucchero
  • 8 g di gelatina
  • qualche goccia di aroma di mandorle
  • 30 g di mandorle spezzettate

COME SI FA:

  1. Preparate il latte di mandorle. Mattete a bagno le mandorle nell’acqua fredda e lasciate riposare in frigorifero per 12 ore.
  2. Scolate le mandorle e frullatele in un robot da cucina alla massima velocità per 5 minuti con metà dell’acqua messa da parte. Lasciate riposare il composto per 30 minuti.
  3. Aggiungete al composto l’acqua rimanente e frullate per altri 5 minuti. Lasciate ancora riposare per 30 minuti.
  4. Mescolate bene e versate il composto in un recipiente sul quale avrete posizionato un colino con dentro un telo pulitissimo (lavato senza detersivi) a maglie larghe. Prendete il telo e strizzatelo bene con le mani per far uscire tutto il liquido.
  5. Mettete a bagno la gelatina nell’acqua fredda.
  6. Pesate 250 g di latte e mettete da parte. Conservate la parte rimante in frigo (si mantiene per 2-3 giorni).
  7. Mettete il latte di mandorle in un terrina insieme alla panna. Portate il tutto ad ebollizione. Togliete dal fuoco, unite la gelatina e mescolate fino allo scioglimento. Aggiungete l’aroma di mandorle e lo zucchero e mescolate ancora.
  8. Quando il composto sarà tiepido versate negli stampi e fate raffreddare in frigorifero per almeno 4 ore.
  9. Al momento di servire cospargete con le mandorle spezzettate.

SCOPRI L’INTRUSO…PANE AL SAPORE (QUASI) MEDITERRANEO

Pane-al-sapore-mediterraneoVi è mai capitato di sentirvi un intruso? A me si…un sacco di volte. In passato ma anche adesso, seppure in un modo diverso rispetto a quando ero solo una ragazzina.

Una delle volte in cui mi sono sentita più intrusa è stato quando avevo circa 16 anni. In realtà non si è trattato di un singolo episodio, ma di qualcosa che accadeva con una certa frequenza. All’età di 16 anni, quantomeno a quei tempi, il massimo desiderio era possedere una vespa o uno scooter. Io non ce l’avevo. Ma quella che ritenevo essere la mia migliore amica si. Ogni tanto con noi usciva un’altra ragazza. Anche lei aveva una vespa. Invece di uscire tutte e tre insieme e portarci anche me in motorino, le due simpaticone ne prendevano uno solo a giorni alterni e io rimanevo a piedi. Ci incontravamo nelle piazzetta del paese. Poi ad un certo punto, quando loro si annoiavano, andavano a farsi i loro giri in scooter e io rimanevo lì da sola e non potevo fare altro che tornarmene a casa. Ecco. Quello è stato un periodo in cui mi sentivo spesso una intrusa. E ciò mi rendeva parecchio triste. In fondo ero solo un’adolescente. Per fortuna arriva un giorno in cui persino chi è più sensibile, si rompe le scatole e si cerca altre situazioni.

Col passare degli anni ho incominciato a sentirmi più che una intrusa una persona sotto alcuni aspetti un po’ diversa da altre. E con questa consapevolezza adesso non mi ci metto proprio nella condizione di essere un’intrusa. Peccato che a volte, mio malgrado, mi trovi in situazioni o conversazioni che eviterei davvero molto volentieri. Sia chiaro, non è che sono diversa nel senso che sono una serial killer o una pazza visionaria. Per fortuna rimango sempre nell’alveo della diversità fisiologica. E’ solo che ci sono cose su cui davvero non riesco a soprassedere.

Pane-al-sapore-mediterraneoPer esempio mi sento diversa rispetto a tutte quelle persone che pensano che la vita sia un percorso prestabilito con tappe prestabilite (che generalmente sono studio-laurea-lavoro-matrimonio-figli-pensione) e che al di fuori di questo non possa esistere altro. Mi sento diversa rispetto a quelle persone per cui tutto ciò che è nuovo fa schifo. Mi sento diversa rispetto a tutti quelli che vivono secondo pregiudizi e luoghi comuni. O rispetto a quelli che pensano di vivere nel posto più figo del mondo e che tutto il resto del mondo è noia.

E’ inconcepibile che non si comprenda che chi ci apre nuove prospettive è una risorsa, non un diverso, non un intruso, non uno strano. Non tutto ci deve piacere, ma almeno non buttare sempre veleno su tutto sarebbe cosa buona e giusta.

Ma veniamo a cose più piacevoli e cioè alla ricetta di oggi. In questo pane c’è un intruso…Si chiama salsa dell’orso e viene dal Trentino Alto Adige e apparentemente non c’entra niente con il pane mediterraneo. Se non fosse che, oltre a contenere un’erba di montagna simile alla cicoria, contiene anche pomodori secchi, i quali sono mediterranei che più mediterranei non si può. E questo a dimostrazione che, se si guardano le cose con occhio scevro da pregiudizi, ci si accorge che non sono poi così diverse dalle cose che  già ci sono note e familiari. In questo pane la salsa dell’orso ci sta alla grande perché inserisce un sapore noto, quello dei pomodori, e uno diverso, particolare, aromatico, quello dell’erba dell’orso appunto. Anzi: quella nota leggermente aspra conferisce un tocco di personalità in più al nostro pane. Eccovi allora la ricetta.

Pane-al-sapore-mediterraneo

PANE AL SAPORE (QUASI) MEDITERRANEO

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INGREDIENTI (per 1 stampo da plumcake):

  • 100 g di pasta madre rinfrescata (o 25 g di lievito di birra)
  • 200 g di acqua tiepida
  • 360 g di farina integrale
  • 3 cucchiai di olio evo
  • 2 cucchiai rasi di zucchero
  • 1 cucchiaino di sale
  • 30 g di salsa dell’orso (o di pomodori secchi tritati)
  • 15 g di capperi tritati
  • 50 g di olive taggiasche denocciolate
  • 2 cucchiai di erbe miste a piacere (rosmarino, erba cipollina, salvia, timo)

COME SI FA:

  1. Mettete la pasta madre rinfrescata in una ciotola. Aggiungete l’acqua e mescolate finché la pasta non si sarà completamente sciolta. Aggiungete la farina, mescolate, coprite con la pellicola trasparente e lasciate  riposare l’impasto per 30 minuti.
  2. Aggiungete lo zucchero, il sale, le erbette e i capperi tritati. Iniziate a impastare e dopo un paio di minuti aggiungete l’olio. Trasferite l’impasto sulla spianatoia e lavoratelo ancora per 5 minuti.
  3. Appiattite quindi l’impasto e aggungete la salsa dell’orso al centro. Chiudete quindi su se stesso e impastate per altri 5 minuti. Aggiungete per ultime le olive tritate grossolanamente sempre appiattendo l’impasto e richiudendolo su se stesso. Lasciate lievitare per un’ora e mezza in una ciotola coperto da pellicola trasparente.
  4. Procedete ad una prima serie di pieghe. Lasciate riposare ancora per un’ora e fate un’altra serie di pieghe. Lasciate lievitare ancora per mezz’ora.
  5. Rivestite con carta da forno o imburrate uno stampo da plumcake, modellate l’impasto a forma di filone e adagiatelo nello stampo. Copritelo con pellicola trasparente e fatelo lievitare nel forno spento per una notte o comunque per circa sette ore.
  6. Preriscaldate il forno e cuocete per circa 1 ora a 180 gradi.

DI STAGIONI BALLERINE E DI NUOVE NECESSITA’…PADELLATA DI RISO ROSSO, PRIMOSALE MARINATO E FAGIOLINI

Padellata-riso-rosso-primosale-marinato-e-fagioliniQuando ero una ragazzina la bella stagione era un susseguirsi ininterrotto di belle giornate. Da maggio fino ad ottobre il sole splendeva da mattina a sera, tanto da diventare un qualcosa di normale, su cui non ci si fermava più di tanto a riflettere. Il cambio di stagione si faceva una volta sola e stop. Diciamo insomma che guardare il meteo, che peraltro ai tempi si guardava solo in televisione, non era una delle priorità. Questo senza dubbio assecondava la mia natura di ragazzina/adolescente un po’ pigra e mi consentiva di rimandare a domani ciò che non avevo voglia di fare oggi. Della serie: oggi non mi va tanto di andare al mare? Ok. Tanto posso andarci domani. Tanto anche domani sarà bel tempo.

Purtroppo questo modo di pensare mi è rimasto ancora un po’ attaccato addosso. Peccato che il cambiamento del clima non permette più di ragionare in questo modo. Perché ormai le stagioni sono parecchio ballerine. Un paio di settimane fa faceva caldissimo, poi è arrivato il freddo, poi di nuovo il caldo. Inutile dire che l’armadio è un caos perché improvvisamente si è costretti a riprendere ciò che si era già lavato e messo da parte. Ma questo è il meno. La cosa più grave è che i progetti devono diventare di più stretto respiro. Perché se si è progettato di andare al parco domenica non è detto che il programma possa essere rispettato.

Padellata-riso-rosso-primosale-marinato-e-fagioliniPer questo, cavalcando quest’onda di buon umore propositivo che mi ha preso in questi giorni, ho deciso che, piuttosto che brontolare come faccio tutti gli anni e ripetere continuamente che non esiste più la mezza stagione manco fossi una vecchia babbiona, stavolta devo prendere il toro per le corna. Meteo alla mano. Oggi c’è uno spiraglio di sole. Bene. Veloci. Si va al parco perché nel pomeriggio è prevista pioggia. Questa sarà la mia nuova filosofia. Che poi non è niente altro che quella del “Carpe diem”, del cogliere l’attimo, del vivere alla giornata. Come in tutte le cose della vita del resto. Adesso anche il clima ci lancia questo messaggio. Forse è il caso di rifletterci su…

Anche a tavola è lo stesso. Quando ho preparato questo piatto faceva molto caldo. Il corpo richiedeva cose fresche e veloci. E io lo ho assecondato. Con un piatto che in teoria sarebbe più adatto ad un periodo diverso, ma che quel giorno ci stava tutto. Riso rosso, fagiolini e primo sale. Un piatto completo, fresco e veloce da preparare. Magari domani ci servirà una bella zuppa calda. Ma oggi va bene così. Eccovi quindi la ricetta.

Padellata-riso-rosso-primosale-marinato-e-fagiolini

PADELLATA DI RISO ROSSO, PRIMOSALE MARINATO E FAGIOLINI

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INGREDIENTI (per 4 persone):

  • 300 g di riso rosso
  • 280 g di primosale
  • 300 g di fagiolini
  • 10 cm di gambo di sedano
  • 1 mazzetto di timo
  • 1/2 limone
  • 1/2 cucchiano di semi di coriandolo
  • olio evo
  • sale
  • pepe

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COME SI FA:

  1. Raccogliete in una terina i semi di coriandolo pestati, un pizzico di foglioline di timo, un cucchiano di scorza di limone grattugiata e una macinata di pepe. Aggiungete 4 cucchiai di olio e il primosale tagliatto a cubetti. Mescolate e lasciate marinare in frigo.
  2. Lessate il riso per circa 30 minuti in acqua leggermente salata e scolatelo al dente. Mondate i fagiolini e scottateli in acqua bollente salata per 5 minuti.
  3. Scaldate in una padella un filo d’olio, fatevi appassire il sedano tritato e poi aggiungete il riso. Alzate il fuoco e fate saltare per un paio di minuti. Unite i fagiolini e il primosale marinato e lasciate ancora sul fuoco per un minuto in modo che il formaggio si ammorbidisca senza sciogliersi. Guarnite con piccole fettine di limone e servite.

IL CIBO COME RIFUGIO E COME ESPERIENZA.CAKE DI RISO CON ERBETTE E TONNO

Cake -di-riso-con-erbette-e-tonnoL’altro giorno leggevo l’ultimo post di Marina (La tarte maison) in cui si rifletteva sul cibo come rifugio. Più precisamente Marina raccontava di come la primavera le portasse l’effetto collaterale del cattivo umore, che lei cercava di contrastare cucinando. Quindi la cucina come rifugio.

Ovviamente sono d’accordissimo con lei. Anche per me la cucina è sempre stata ed è ancora adesso il migliore dei rifugi. Prima era un rifugio contro i miei malumori abbastanza ricorrenti. Adesso è un rifugio contro la frenesia della vita di tutti i giorni, che decisamente scorre molto più veloce di qualche tempo fa.

Dopo aver sfidato il traffico, i disservizi dei treni, i capricci del tempo e i casini sul lavoro, qualcuno si rifugia in palestra, qualcun altro si scarica nuotando, altri si concedono una seduta di shopping. Io mi rifugio in cucina. Possibilmente in silenzio o con una musica calda e rilassante. E cucino. Non solo per il blog. Ma anche per la mia famiglia. Perchè preparare qualcosa da surgelare per poi avere un buon pasto pronto quando non si ha tempo è un gesto che mi fa sentire di aver fatto qualcosa di utile e, seppure in minima parte, di aver messo un po’ d’ordine nel caos generale.

Quest’anno però la primavera mi ha portato in dono anche una nuova visione della cucina e del cucinare. Non solo come rifugio. Ma anche come esperienza. In questo la mia nuova cittadinanza (quasi) milanese ha avuto un ruolo rilevante. Milano è il top del cibo come esperienza. Nel senso che ogni giorno ci sono eventi legati al cibo. Potenzialmente ogni giorno si potrebbe assistere a qualcosa di divertente. Partecipare a tutti è davvero impossibile. E infatti, dopo una prima fase di euforia, ultimamente stavo declinando parecchie iniziative.

Cake-di-riso-con-erbette-e-tonnoMa poi è arrivata la primavera. E mi sono detta che era un peccato non riuscire a ricavarsi dei piccoli spazi. E allora sono riuscita in extremiis a iscrivermi a un evento organizzato dalla Cucina Italiana in occasione della Food Week organizzata la scorsa settimana. Solo un’oretta di show cooking. Però è un inizio per riprendere a essere un po’ più dinamica.

Sprecare queste occasioni è davvero un peccato. Perchè la cucina può essere intesa anche come una nuova esperienza, in cui imparare sempre qualcosa di nuovo. Per esempio io non lo sapevo mica che la regola per la cottura della pasta è 10:100:1000…cioè 10 grammi di sale, 100 grammi di pasta, 1000 grammi di acqua. O che il salmone si può marinare con la barbabietola rossa.

Tuttavia, se si decide di vivere la cucina in maniera più dinamica, può capitare che non si abbia tempo per preparare la cena. Per fortuna, in un momento di cucina-rifugio, avevo preparato questo cake di riso con erbette e tonno, che si è rivelato provvidenziale. Mangiato a temperatura ambiente, con una citronette di olio, limone, pepe e timo è davvero un piatto adattissimo a una cena primaverile veloce. Ovviamente, essendo un piatto freddo, può essere tranquillamente inserito nel cestino del picnic della domenica. Insomma una bella soluzione pratica, versatile e utilissima per nostre scorribande primaverili. Eccovi quindi la ricetta.

Cake -di-riso-con-erbette-e-tonno

CAKE DI RISO CON ERBETTE E TONNO

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INGREDIENTI (per uno stampo da plumcake):

  • 300 g di riso Carnaroli o Arborio
  • 250 g di tonno sott’olio
  • 1 limone non trattato
  • 1 mazzo di erbette
  • 1 grossa cipolla rossa
  • 4 uova
  • 30 g di grana grattugiato
  • timo
  • olio
  • sale
  • pepe

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COME SI FA:

  1. Lessate il riso per 10 minuti, scolatelo, conditelo con 3 cucchiai di olio, la scorza grattugiata e il succo di 1/2 limone. Lasciate intiepidire.
  2. Tagliate la cipolla. Lavate le erbette, taglitele a striscioline e cuocetele in padella per 5 minuti con la cipolla, 4 cucchiai di olio e un pizzico di sale.
  3. In una ciotola, sbattete le uova, poi unitevi il grana e il timo. Salate e pepate.
  4. Trasferite nella ciotola anche le erbette, il riso e il tonno scolato e spezzettato. Mescolate e versate il composto in uno stampo da plumcake.
  5. Cuocete in forno a 180 gradi per 30 minuti.
  6. Emulsionate il succo del limone rimasto con 4 cucchiai di olio, pepe e sale. Servite il cake freddo con la salsina preparata.

LE COSE CHE CAMBIANO…TORTA AL COCCO E FRAGOLE

Torta-al-cocco-e-fragoleTempo fa in tv avevano trasmesso una fiction dal titolo “Le cose che restano”. Il titolo di questa fiction mi è ritornato in mente l’altro giorno, perché io in realtà pensavo alle cose che cambiano. Ma andiamo con ordine…Il super ponte del 1 maggio ho deciso che era giunto il momento di tornare un po’ a casa, a Senigallia. E così tutta contenta mi apprestavo a ritrovare un po’ di cose note, un po’ di consuetudini. E invece no…

E’ iniziata con il trauma del supermercato. Eh si. Perché se uno rimane in un posto per 10 anni e non cambia mai niente, poi non è che di punto in bianco torna dopo pochi mesi e nientepopodimeno si sono permessi di ristrutturare un supermercato! Per una come me, per la quale fare la spesa è un vero piacere, è stato un colpo al cuore. I banconi tutti belli fighi, l’angolo del biologico, e l’angolo della porchetta e chi più ne ha più ne metta e io che non posso più usufruirne. Ma come si sono permessi di ristrutturare senza di me! Ma questa era solo la premessa…

Stavo ancora digerendo la botta, ma un’altra brutta sorpresa era in serbo per me. Dovete sapere che a Senigallia esisteva (e badate bene che uso il passato) una realtà che difficilmente mi è capitato di vedere in giro: il ristorante vegetariano. Ma un vero ristorante vegetariano. Cioè non sto parlando di un semplice punto vendita/self service/locale con bancone di cibo vegetariano da mangiare su tavolini con sedili alti e scomodi. Perché questo è quello che mi è capitato di vedere in giro quando si parla di cucina vegetariana. Sto parlando di un vero e proprio ristorante. Con servizio al tavolo, con un menù ricercato, con una piccola ma pulitissima cucina a vista e con un chef eclettica dai capelli viola che spadellava come se non ci fosse un domani, avvolta da fumi e vapori come nell’antro di un alchimista.

Torta-al-cocco-e-fragoleDato che ero alla ricerca delle mie piccole consuetudini e questo ristorante era una delle mie tappe fisse, ho prenotato per cena. Giunta lì ho trovato un qualcosa di diverso da ciò che ricordavo…Il ristorante non era più un ristorante ma un posto indefinito dove si servono solo aperitivi, la chef non c’era più e in cucina c’era una ragazza che si limitava ad assemblare stuzzichini precotti per i pochi avventori. Dinanzi alle nostre domande, il proprietario, con atteggiamento abbastanza indifferente, si limitava a rispondere a monosillabi o con frasi vaghe del tipo “vedremo in futuro”, “per ora andiamo avanti così”.

Ci sono rimasta malissimo. Non perché nella vita le cose non possano cambiare. E’ ovvio. Ciò che mi ha rattristata è stata l’indifferenza, la mancanza di energia, la mancanza di volontà per provare a sovvertire il destino avverso e tornare ai vecchi fasti. C’è una realtà che funziona, unica nel suo genere, portatrice di nuove idee e nuovi stimoli. Perché farla morire così? Così rimuginavo tra me e me sulle cose della vita…

Per fortuna però, se per qualcuno finisce un capitolo, per qualcun altro ne inizia uno nuovo. Lungomare. Nuovissimo locale. Arredato benissimo. Luminoso, accogliente. Cucina di mare. Ricette semplici ma fatte bene. Ma soprattutto gestione tutta di ragazzi. La responsabile: una giovane ragazza dai capelli rossi, allegra e sorridente. Che dire! per fortuna le cose non cambiano solo in negativo e son potuta tornare a casa tirando un sospiro di sollievo e con un mezzo sorriso sulle labbra.

A proposito di cose che cambiano…Se è vero che le fragole non cambiano e fortunatamente tornano a deliziarci ogni anno, quello che possiamo cambiare è il modo in cui utilizzarle. Quest’anno ho preparato questa tortina, provando ad abbinare cocco e fragole. Il risultato è stato una torta dai sapori semplici ma in grado di valorizzare questo fantastico frutto di stagione. Ottima anche per consolarsi dalle piccole delusioni di ogni giorno. Eccovi quindi la ricetta.

Torta-al-cocco-e-fragole

TORTA AL COCCO E FRAGOLE

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INGREDIENTI (per uno tortiera da 22 cm):

  • 200 g di farina 0
  • 180 g di zucchero
  • 80 g di farina di cocco
  • 1 bustina di lievito per dolci
  • 80 g di burro
  • 1,25 dl di latte
  • 1 uovo
  • 200 g di fragole

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COME SI FA:

  1. Setacciate la farina, il lievito, la farina di cocco e lo zucchero in una capiente ciotola e create una fontana. Tenete da parte 2 cucchiai di farina di cocco.
  2. In una scodella sbattete leggermente l’uovo con il latte e il burro fuso a parte e versate il composto al centro della fontana.
  3. Lavorate tutti gli ingredienti fino ad ottenere un composto omogeneo ed elastico.
  4. Lavate le fragole. Tagliatene una metà a cubetti e l’altra metà a fettine. Infarinate le fragole a cubetti e aggiungetele al composto. Mescolate finchè non saranno ben amalgamate.
  5. Imburrate una teglia a cerniera e versatevi dentro il composto. Livellatelo per bene con una spatola. Sistemate a raggiera le fragole a fette e cospargete la superficie del dolce con la farina di cocco tenuta da parte.
  6. Cuocete nel forno già caldo a 180 gradi per 1 ora. Tenete sempre d’occhio la torta perchè i tempi di cottura possono variare a seconda del forno. Accertatevi che la torta sia ben asciutta facendo la prova dello stecchino. Fate raffreddare e servite.